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L’uomo che voleva fermare il tempo” è un libro di quelli che ti alzi una mattina presto, ti metti in giardino con il fresco e dopo un’ora ti rattristi perché hai girato l’ultima pagina.

Scrivere del tempo che non basta mai sembra banale e in realtà non lo è. Perché il tempo è diventata quella cosa “che scorre troppo velocemente per tutti”. L’alibi per dimenticare di chiamare i nostri genitori, non salutarsi al mattino e non parlarsi nel dopo cena, scordare il compleanno di un amico, parcheggiare i figli in alienanti centri estivi “che sai come si diverte”, saltare la cena e il pranzo “che non ce la faccio e ottimizzo il tempo”, correre in macchina rischiando la vita “che se non arrivo in tempo sono guai”, evitare un controllo in ospedale “che se anche devo fare qualche accertamento in più non ho tempo e come faccio”.

E la lista potrebbe continuare fitta, triste, sempre più realistica. Il tempo si conta e conta troppo. E ci si accorge di non trascorrerlo bene solo quando arriva prepotente la paura di non averne più abbastanza. Allora il tempo si ferma. Come nel libro. Qualcuno rompe la clessidra, cade l’ultimo granello di sabbia e resti in sospeso finché non trovi il coraggio di raccogliere la sabbia, granello per granello, lentamente riparare i cocci della clessidra per provare a farla scendere di nuovo.

E se rompere la clessidra serve, tutto ha un senso solo se ci dimentichiamo della sabbia che sale e scende, se buttiamo l’orologio e se prendiamo in mano ogni singolo granello che passa per fermare gli attimi migliori, per fare una cosa che fa felice qualcuno o solo per giocarci un po’ con quei granelli che scappano dalle dita veloci, irrefrenabili perché, come si legge nel libro, “C’è un motivo se esiste un limite ai nostri giorni: rendere ognuno di essi prezioso”.

 

 

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Ho letto un post, condivisibilissimo, di una mamma che, autocatalogandosi tra le “mamme cattive”, fa outing descrivendo le 5 cose che odia di più fare con il figlio cinquenne. Quel che si legge lo si può condividere o meno. Si può pensare che è un’esagerazione o si può invece autocatalogarsi tra le “mamme romantiche sempre col sorriso sulle labbra” che raccontano con enfasi smisurata le giornate passate con i propri figli o le splendide gioie dell’allattamento.

Quello che però ho pensato leggendo il post è che il giocare con il proprio figlio, portarlo al parco, accompagnarlo a pranzo o cena fuori, preparare per lui dolcetti decorati consumando video su Internet può diventare incubo quando ci si sente in dovere di farlo. E’ il dovere, spinto dal senso di colpa, che trasforma la normalità in fastidio. Non serve mettersi a giocare con i figli. Si può fare se si ha la voglia di farlo. Ma non è assolutamente indispensabile. Come indispensabile è invece esserci, stare del tempo con i figli, una certa quantità di tempo alla faccia della qualità di tempo. Per questo sostengo che il telelavoro o il lavorare da casa sia una delle forme migliori di occupazione per le donne.

Vi siete mai accorti di quanto l’esserci a volte basti? Di quanto nessuno chiede di giocare quando si passa una quantità adeguata di tempo insieme? Di quanto sia bello l’essere presente, il fare ognuno le proprie cose ma insieme, sotto lo stesso tetto mamma, papà e piccoli gnomi? Di quanto sia piacevole e per niente irritante lavorare in casa mentre i nostri figli giocano da soli o fanno i compiti senza richiedere l’intervento di nessuno? Perché l’essere presente serve a questo: serve a dire “Io sono qui. Qualunque cosa tu voglia fare con me io ci sono”. E ai figli spesso basta questo. Basta incrociare lo sguardo, trovare gli occhi della mamma e sentirsi rassicurati. Con i miei figli ci gioco di rado. Se lo faccio è perché mi diverto e rido con loro. Se devo farlo stampando un sorriso finto e rovinandomi le giornate penso di fare solo male. Tanto vale farmi un giro e tornare con un sorriso vero.