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La voglia di scrivere è strana. Sale, scende, se ne va. E poi torna, così d’improvviso. A me spesso succede con qualcosa che mi fa arrabbiare, con la voglia di urlare un pensiero che rischia di fare eco dentro la testa senza riuscire ad uscire. Ed è quello che mi è successo in questi giorni quando, dopo un periodo di pausa da visite e controlli, ho dovuto rincontrare faccia a faccia la sanità medievale. Quella dove trovi ancora gli operatori dietro uno spesso vetro su cui ti puoi specchiare e dove ti abbassi per arrivare alla fessura per paura che nessuno dall’altro lato ti ascolti.

E allora, se per prendere un appuntamento per una visita che devi fare (perché la devi fare, non ne avresti nessuna intenzione, ma devi) ti metti in coda. Prendi il numeretto, come quando pensi se ti serve un etto di mortadella e mezzo filone di pane, e aspetti il tuo turno. Presenti la richiestina cartacea scritta dal tuo dottore fortunatamente informatizzato e ti senti dire che ci sono sugli undici mesi di attesa. Ma tu non puoi aspettare. Così devi tornare dal tuo medico e farti mettere una “priorità”. Nel frattempo ti senti costretto a spiegare, sempre attraverso il vetro, perché non puoi aspettare. E ti trovi a rovesciare una storia per te ormai vecchia, che ti sei stancato di narrare ma che stancamente riproponi un po’ a tutti. Tanto ormai…anche la signora dell’ultima fila ha sentito e magari ti fa lo sguardo compassionevole quando esci.

Con la nuova richiesta “prioritaria” torni. Rifai la fila, ovvio. Ti ripresenti. Sempre attraverso il vetro ti dicono che quella priorità forse non la possono garantire. E che ora vedono in calendario. Allora non inizi a innervosirti, ma a sentire un filo filo di fastidio. Perché quella visita è importante. Perché è la seconda volta che torni e perdi tempo. Perché l’operatore è cambiato e sempre attraverso la fessura devi narrare di nuovo la tua storia clinica e spiegare perché quell’esame non è uno sfizio, non è un desiderio improvviso, ma una necessità.

Finalmente hai il tuo appuntamento. Esci soddisfatto e pensi: ma non sarebbe tanto comodo poter prenotare da casa, col tuo pc, davanti ad uno schermo che non ti chiede nulla del perché hai tanta fretta di farti ecografare? Non sarebbe bellissimo spendere solo pochi minuti per fare questo giochino e magari (addirittura) pagare con carta di credito se devi pagare?

Ma la sanità è cosa seria, risponderà qualcuno. Mica si può far gestire col computerino da casa. Mica pretenderai di avere un servizio comodo che fa risparmiare anche alla sanità stessa. Non scherziamo. E poi gli italiani con il computer non ci sanno fare. Sono tutti imbranati persi. Sai i pasticci che ti combinano.

Sì, come con le iscrizioni a scuola. E’ bastato lanciare l’idea di poterle fare on line e i server sono andati in tilt per il sovraccarico. Perché tutti a criticare, a dire che nessuno sarebbe stato in grado quando erano tutti felicissimi, lì, pronti a provare prima che qualcuno si svegliasse e dicesse “Torniamo al cartaceo delle vecchie segreterie che ciclostilano i fogli e ti fan fare due ore di fila che l’impiegata non trova la penna”.

Appena un servizio diventa accessibile, appena diventa migliore la differenza si vede. Soprattutto in sanità, con cui si viene a contatto non necessiaramente con lo stesso entusiasmo di chi entra in un’agenzia di viaggi. E oggi, contenta di avere il mio foglietto della visita con sopra una data e un bel timbrone rettangolare, vorrei proprio urlare: liberateci questi servizi. Ci servono, non vogliamo fare le file, vogliamo vedere quanto è utile questo “computerino” con cui non vogliamo solo cazzeggiare sui social network. Che quello sì, può essere anche dannoso per la salute.

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Cartella clinica digitale e sanità 2.0. Li mettiamo in un decreto. Ma poi succede questo.

Ospedale, ore 14.30. Arrivano sette donne in stato di gravidanza a cui se ne aggiungono altre due col pancione pochi minuti dopo. Cambia la prescrizione medica per ciascuna di loro, ma resta invariato l’orario: per tutte l’appuntamento è fissato alle 14.30. Iniziano le discussioni, normali in questi casi visto che c’è chi è affaticato, chi ha preso un permesso dal lavoro, chi ha i figli a casa che aspettano. Nessuna è disposta a lasciare il posto alle altre. L’eliminacode non c’è. Troppo 2.0. Bisogna mettersi d’accordo. A detta dell’impiegata della direzione è facile. “Che ci vuole a stabilire chi è arrivato prima?

Il medico inizia le visite. Dice di non avere la lista dei nomi. Si va in ordine d’arrivo. Alla fine, dopo qualche mezza litigata, qualche urlo e mezzo insulto ci si accorda per forza. Si stila una lista su un pezzetto di carta. Lo stesso che informaticamente dovrebbe avere il dottore, ma l’informatica si sa che non è affidabile e allora tanto vale non usarla.

Dopo quasi due ore una persona non ce la fa più. Si alza in piedi, bussa alla porta del dottore e chiede spiegazioni per quella fila che non scorre, per gli appuntamenti non rispettati, per il fatto che nessuno ti dà una informazione neppure a pagarla oro. Così, parlando, si scopre che alcune persone aspettano nel posto sbagliato. Perché vero che il CUP ti prenota e scrive di andare al primo piano, vero che al punto informazioni ti dicono al primo piano, vero anche che in direzione confermano che sia al primo piano (“Ma loro che ne sanno?”…certo si occupano “soltanto” della gestione della struttura!). Ma in realtà la visita si fa al secondo. Non te lo dice nessuno. “Sa il personale scarseggia” è la risposta immediata. E invece no. Non scarseggia il personale. Scarseggia un’organizzazione adeguata. Che non si fa con l’informatica ma si fa con teste pensanti. Scarseggia il buon senso. Ne basterebbe appena un grammo e invece…