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Piovono iniziative di formazione da e in ogni dove.
Piovono corsi, eventi, workshop, convegni digitali.Piovono opportunità di crescita dalla Rete.
Piovono eserciti di esperti pronti a formare le menti.
Piovono politici e PA entusiasti di poter dire che sono 2.0 perché sostengono il digitale.
Piovono plotoni di partecipanti contenti di poter usufruire di iniziative gratuite.

Peccato che la pioggia nasconda un fine non banale: quello di far usare software proprietari e non liberi.
Peccato che la pioggia mascherata da volontà di conoscenza condivisa nasconda altri interessi.
Peccato che chi sta sotto la pioggia non sia sempre pronto a capire.
Peccato che proprio le PA che dovrebbero riparare dalla cattiva pioggia la mettano in bella mostra.
Peccato. Perché con questa siccità di pioggia buona ce ne vorrebbe.

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In tante hanno guardato il video “Mi chiamo Chiara” lanciato praticamente in occasione della festa della mamma. E tante si sono riviste in quella Chiara, di corsa, mezze struccate, esauste, stanche fin dalla mattina alle 6, quasi svampite tra un “Mamma”, un “Chiara” e un “Mi ascolti?”.

La vita delle mamme è un po’ così, senza tante eccezioni. C’è chi corre dal mattino per portare i figli a scuola e andare poi al lavoro, c’è chi corre anche se non lavora e chi fa correre papà o nonni perché a far tutto non ce la fa proprio. Eppure, nonostante le lamentele della quasi totalità, questa vita di corsa ce la gustiamo, la cerchiamo spesso per riempirci ogni attimo della giornata fino a togliere perfino i dieci minuti di noia post pasto.

Mi capita di pensare spesso alla maggior calma di mia madre, ai tempi più lenti di quando ero piccola, alle domeniche senza far niente, ai pomeriggi senza sport o attività “stimolanti per la creatività”, alle corse con i miei cugini libere e senza orari. Penso al sorriso di mia nonna e di mia madre, alla calma che si respirava a casa quando si rientrava stanchi. E paragono quella calma alla mia “tempesta”, quella che ti prende in un vortice fatto di pallacanestro-piscina-docce-catechismo-amici da invitare-pop corn-compleanni-compiti e di “Perché i tuoi non li porti a inglese e disegno e mimo? Come faranno da grandi?”. E penso che volentieri ho rinunciato (e fatto rinunciare) ad attività da carico eccessivo. Magari anche solo per stare annoiati davanti alla televisione, a guardare un cartone o a fare la merenda in pace.

La ricetta per crescere bene non esiste. Esistono libri, studi, pubblicazioni, articoli, i consigli della mamma, della suocera, della zia, della mamma perfetta dei compagni di tuo figlio, della maestra e delle sconosciute che attaccano bottone mentre aspetti che finiscano lo sport. Leggo e ascolto sempre tutti. Poi, ogni volta, mi chiedo cosa ricordo con piacere della mia infanzia e mi torna sempre in mente il sorriso dei miei. Non solo della mamma ma anche del papà. Quei papà che spesso colpevolizziamo ma che sono fondamentali anche quando non ci sono perché lavorano. Come non c’era il mio che “non lo sai che papà fa tardi e noi possiamo cenare senza di lui?”.

E allora alle “colleghe mamme” vorrei solo augurare per questa festa di fermare la tempesta, di spegnere smartphone, computer, tablet, di non cercare la felicità e il crescere bene i figli su Google ma di cercare nei ricordi, nei valori veri che abbiamo respirato. Di cercare tra quei pomeriggi di pane e marmellata, di ginocchia sbucciate, di marachelle da nascondere, di sudore che bagna la maglietta, di Big Buble attaccate nei capelli per la gara al pallone più grosso.  La ricetta della felicità è proprio lì, ben nascosta tra le piccole cose.

Non si sente parlare che di società dell’informazione, ma siamo entrati senza accorgercene nell’Età dell’ignoranza. Nostra, di tutti. Avere a disposizione miliardi di informazioni non equivale a comprenderle né a saperle usare correttamente”. Questo scrive Fabrizio Tonello nel libro “L’età dell’ignoranza”, presentato a Todi sabato 10 novembre. A colloquio con l’autore ho difeso Internet e la sua “valanga” di informazioni di cui abbiamo il privilegio di godere.

Ciascuno di noi sa quanto chi abita la Rete (ma anche solo chi possiede uno smartphone) possa subire quotidianamente un vero e proprio bombardamento di informazioni: email, newsletter, notifiche di aggiornamenti di stato di Facebook, tweet della timeline di Twitter, richieste di contatto da social network, nuovi post nei blog che seguiamo. Questo è quello che è stato definito Overload informativo. Un eccesso di informazioni che, anziché aiutarci a leggere, capire, farci un’opinione di ciò che accade, ci distrae, ci ruba tempo, ci porta al multitasking, mina la capacità di concentrazione. Di fronte a tutto ciò, come spiega bene Alessandra Farabegoli nel libro “Sopravvivere alle informazioni in Rete” si può decidere se stare fuori dalla Rete, perdendo praticamente ogni opportunità che la stessa Rete offre, consultare tutto quello che ci arriva addosso, cercando di stare dietro a ogni cosa, oppure curare una dieta informativa che ci consenta di selezionare, filtrare, organizzare. Di tenere in mano il timone del rapporto con le informazioni.

L’abbondanza non è mai un male. Soprattutto se quando parliamo di abbondanza ci riferiamo ad un’abbondanza di informazione libera, accessibile, aperta, qual è quella messa a disposizione dalla Rete.

C’è una maledizione cinese che ho letto e mi è sembrata adeguata nella difesa di Internet: “Che tu possa vivere in tempi interessanti”. Vivere in tempi interessanti per i cinesi significa attraversare un momento di forte cambiamento, in cui tutti i punti di riferimento e le certezze acquisite crollano di colpo, mettendo a dura prova la resistenza e la capacità ci sopravvivere al cambiamento.

Questa è la sfida che ci porta Internet, con la sua piena di informazioni che rischia di sommergerci ma che noi abbiamo il dovere di trasformare in opportunità di crescita culturale. L’abbondanza è un bene se , come si afferma nelle ultime pagine, serve a capire quello che succede intorno a noi. E’ un bene se aiuta le persone a recuperare un senso comune che possa farci incontrare nelle piazze reali o virtuali per discutere, fare esperienza, imparare.  Internet non sostituisce la Democrazia, Internet fa nascere movimenti, aggrega persone, sviluppa pensieri e novità. Internet aiuta la Democrazia. Così come aiuta la cultura se impariamo ad usarla tutti. E a farlo tutti in modo consapevole e informato.


Scorrono in questi giorni, non so se fitti come la nebbia di novembre o rari ma particolarmente brillanti per passare inosservati, i post di donne che raccontano di come hanno deciso di mollare o della fatica che si fa con lavori che sempre meno, a maggior ragione adesso in tempi di crisi, si  adeguano alle vite frenetiche di chi si divide tra ufficio e famiglia. C’è la stanchezza nei post che ho letto. C’è la paura di non riuscire a far tutto e soprattutto di non riuscire a far tutto bene come pretendiamo sempre da noi stesse. C’è la tristezza di dover dire “avevano ragione quelli che dicevano che la donna si deve occupare di casa e figli”. C’è il rimpianto per un entusiasmo che negli anni si consuma tra una lavatrice caricata a mezzanotte e un lavoro da finire quando tutti dormono. C’è il maledetto senso di colpa, prerogativa solo delle donne, che non ti abbandona mai. Un compagno di viaggio che è sempre in agguato pronto a dire che se tuo figlio ha il raffreddore sarà forse perché ha preso freddo a scuola e se lo tenevi a casa vuoi vedere che non si ammalava.

Leggendo mi viene una gran rabbia. Perché la Rete serve a questo. La Rete è fatta di persone che si possono sostenere nella condivisione. Vorrei urlarlo che è vero che ci troviamo tutte a caricare una lavatrice di sera tardi, ma che se ce lo raccontiamo ci sentiamo meno sole. Magari cercando in Rete troviamo un’idea, una cosa che può aiutarci, un progetto che potremmo coltivare. E infatti è così. Basta chiedere a Google. Chiedere Community di madri lavoratrici, di donne che lavorano da casa, di coworking. E ti si apre un bel mondo, pieno di storie positive. Non facili. Ma a lieto fine. Ed è questo poi quello che ci serve per non scoraggiarci e non mollare. Ci serve un sogno e l’esempio di qualcuno che il sogno lo ha realizzato. Il sacrificio non ci spaventa. Le prove di resistenza al dolore fanno parte della vita delle donne. E, come scrive bene Concita De Gregorio: “Ecco cosa serve. Trasformare il dolore in forza. Ignorarlo, domarlo, metterlo da qualche parte perché lasci fiorire qualcosa. È una lezione antica, una sapienza muta e segreta: ciascuna lo sa”.