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Grazie. Grazie  a quelli che se anche ho un raffreddore mando un certificato, ai finti infortunati, ai falsi ansiosi da psicoterapeuta, ai malati cronici che lavorano due giorni sì e cinque no, ai malati immaginari, ai finti dolenti.

Grazie a quelle che appena fatto il test di gravidanza capisco che devo andare in maternità anticipata, a quelle che magari restassi incinta che tra maternità pre e post e certificati vari resto fuori un paio d’anni, alle simulatrici di contrazioni e di capogiri.

Grazie a chi se mi fanno fare questo lavoro vado in malattia, se non posso fare il lavoro che preferisco mi sento male, se mi costringono allora avrò una malattia grave.

Grazie a tutti. Perché la storia del “per colpa di qualcuno non facciamo più credito a nessuno” vale anche per questi aspetti. Grazie perché quando dici sono dipendente pubblico ci scappa sempre qualcuno che fa un sorrisetto e qualcun altro che in un convegno per fare una battura dice “Perché sapete il dipendente pubblico è cagionevole di salute”. Grazie perché quando poi si ha un problema vero bisogna prendere le ferie anche per andare ai controlli in oncologia. Grazie di vero cuore.

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Leggendo il libro del direttore operativo di Facebook Sheryl Sandberg “Facciamoci avanti” sicuramente una delle frasi da appuntare è:“Fatto è meglio che perfetto”. Inutile ribadire che le donne, quasi per un “difetto di fabbrica”, mirano a fare tutto in modo impeccabile o quanto meno nel miglior modo che conoscono. E’ un difetto comune, inutile negarlo. Lottare per attenuare il desiderio di vedere tutto infiocchettato e riuscito bene si può. Ma non è certo facile. 

Ovvio pensare che se ci si accontentasse di una casa meno pulita, di un aiuto in più da parte del proprio compagno, di qualche attività in meno da proporre ai figli, di un orario “normale” di lavoro senza voler fare Wonder Woman, se si accettasse qualche commento negativo su una cosa fatta, al lavoro o casa, in modo non perfetto vivremmo tutte più serene. E magari non saremmo tentate dal lasciare il lavoro perché ci riteniamo non adeguate, non brave abbastanza, non eccellenti.

Questo è vero. Ma è altrettanto vero che non è il solo mirare alla perfezione quel che ci “frega”. Quello che davvero ci fa rinunciare ad un’attività che ci porta lontane dai nostri figli e dalla nostra casa o da una promozione che richiede una maggior presenza al lavoro non è solo la voglia di perfezione. E’ il senso di colpa unito a quella sindrome da cordone ombelicale che ci vorrebbe vicine ai nostri figli e alle persone che amiamo in ogni istante.

Sappiamo che i discorsi sulla “qualità” del tempo sono un surrogato di giustificazione all’assenza. Sappiamo che per fare bene dovremmo esserci fisicamente, rispondere quando gli altri hanno bisogno di noi, ascoltare quando qualcuno ha bisogno di parlarci. Ma sappiamo anche che se non facciamo quello che ci piace nella vita, se passiamo tutto il tempo in famiglia finiamo per diventare trasparenti anche per i figli.

La ricetta dell’equilibrio chiaramente non esiste. Ma un equilibrio è possibile e ciascuna lo trova a modo suo: chi rinunciando a qualche libro da leggere per finire di fare tutto in casa, chi lasciando indietro qualche progetto senza lasciare il lavoro, chi stando perennemente in multitasking tra un biberon e un pc acceso, chi appoggiandosi alle persone con cui condivide la vita.

La razza umana – si legge nel libro – è come un uccello: ha bisogno di entrambe le ali per volare. Le ali sono gli uomini e le donne; con un’ala sola non si vola“. Ecco perché c’è bisogno di farsi avanti. C’è bisogno che in ogni settore ci siano uomini e donne. C’è bisogno che si abbandoni per sempre l’idea che le donne servono da giovani per fare “arredamento” e poi possono stare a casa a badare i figli, come succedeva per le nostre nonne.

Facciamoci avanti, allora. Senza vestirci da Wonder Woman. Con la certezza che nessuno al mondo aspira a fare il Wonder Man.

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Quando mi chiedono che lavoro faccio ho sempre un attimo di imbarazzo. Perché faccio l’informatico “di mestiere” (o si dice informatica per parità di genere?) e spiegarlo è sempre difficile. Se dici analista pensano allo psicologo. Se dici programmatore pensano che vendi i computer. Ma in realtà quello che mi piace sempre dire è che sono anche un formatore. Questo è forse il “mestiere” che più mi è piaciuto fare e che faccio ogni volta con grande passione.

La formazione a persone adulte è complessa. Non c’è niente di facile. Non ci sono lavagne bianche da scrivere. Spesso si trovano ostacoli grandi da superare e resistenze a prima vista inespugnabili. Soprattutto quando parli di informatica a persone che il computer lo vedono più come problema che come risorsa. Soprattutto quando scorgi negli occhi di chi ti sta davanti un misto tra sospetto perché sei giovane e non sa se fidarsi e paura di doversi affidare a quattro clic.

Ma superato il primo momento di diffidenza, conquistata la fiducia di chi ascolta, si instaura un clima di serenità, di grande rispetto, di complicità. A quel punto diventa piacevole spiegare e per gli altri ascoltare. Vedi sciogliersi anche i più rigidi, scorgi un mezzo sorriso di soddisfazione nel fare una cosa che pensavano di non riuscire a fare, apprezzi quel grazie sottovoce che ti arriva quando ti avvicini per mostrare meglio una cosa non compresa.

Questo è formare. E’ vedere crescere e cambiare chi ti ascolta. E nonostante grande sia la fatica, molto più che con i ragazzini, è per questo che fare il formatore è un gran bel mestiere. Non per tutti. Solo per quelli che hanno l’umiltà di mettersi in gioco ogni volta che si entra in aula.

Qui il vademecum che ho curato per i formatori di un progetto sull’open source.

Ho letto un post, condivisibilissimo, di una mamma che, autocatalogandosi tra le “mamme cattive”, fa outing descrivendo le 5 cose che odia di più fare con il figlio cinquenne. Quel che si legge lo si può condividere o meno. Si può pensare che è un’esagerazione o si può invece autocatalogarsi tra le “mamme romantiche sempre col sorriso sulle labbra” che raccontano con enfasi smisurata le giornate passate con i propri figli o le splendide gioie dell’allattamento.

Quello che però ho pensato leggendo il post è che il giocare con il proprio figlio, portarlo al parco, accompagnarlo a pranzo o cena fuori, preparare per lui dolcetti decorati consumando video su Internet può diventare incubo quando ci si sente in dovere di farlo. E’ il dovere, spinto dal senso di colpa, che trasforma la normalità in fastidio. Non serve mettersi a giocare con i figli. Si può fare se si ha la voglia di farlo. Ma non è assolutamente indispensabile. Come indispensabile è invece esserci, stare del tempo con i figli, una certa quantità di tempo alla faccia della qualità di tempo. Per questo sostengo che il telelavoro o il lavorare da casa sia una delle forme migliori di occupazione per le donne.

Vi siete mai accorti di quanto l’esserci a volte basti? Di quanto nessuno chiede di giocare quando si passa una quantità adeguata di tempo insieme? Di quanto sia bello l’essere presente, il fare ognuno le proprie cose ma insieme, sotto lo stesso tetto mamma, papà e piccoli gnomi? Di quanto sia piacevole e per niente irritante lavorare in casa mentre i nostri figli giocano da soli o fanno i compiti senza richiedere l’intervento di nessuno? Perché l’essere presente serve a questo: serve a dire “Io sono qui. Qualunque cosa tu voglia fare con me io ci sono”. E ai figli spesso basta questo. Basta incrociare lo sguardo, trovare gli occhi della mamma e sentirsi rassicurati. Con i miei figli ci gioco di rado. Se lo faccio è perché mi diverto e rido con loro. Se devo farlo stampando un sorriso finto e rovinandomi le giornate penso di fare solo male. Tanto vale farmi un giro e tornare con un sorriso vero.


Scorrono in questi giorni, non so se fitti come la nebbia di novembre o rari ma particolarmente brillanti per passare inosservati, i post di donne che raccontano di come hanno deciso di mollare o della fatica che si fa con lavori che sempre meno, a maggior ragione adesso in tempi di crisi, si  adeguano alle vite frenetiche di chi si divide tra ufficio e famiglia. C’è la stanchezza nei post che ho letto. C’è la paura di non riuscire a far tutto e soprattutto di non riuscire a far tutto bene come pretendiamo sempre da noi stesse. C’è la tristezza di dover dire “avevano ragione quelli che dicevano che la donna si deve occupare di casa e figli”. C’è il rimpianto per un entusiasmo che negli anni si consuma tra una lavatrice caricata a mezzanotte e un lavoro da finire quando tutti dormono. C’è il maledetto senso di colpa, prerogativa solo delle donne, che non ti abbandona mai. Un compagno di viaggio che è sempre in agguato pronto a dire che se tuo figlio ha il raffreddore sarà forse perché ha preso freddo a scuola e se lo tenevi a casa vuoi vedere che non si ammalava.

Leggendo mi viene una gran rabbia. Perché la Rete serve a questo. La Rete è fatta di persone che si possono sostenere nella condivisione. Vorrei urlarlo che è vero che ci troviamo tutte a caricare una lavatrice di sera tardi, ma che se ce lo raccontiamo ci sentiamo meno sole. Magari cercando in Rete troviamo un’idea, una cosa che può aiutarci, un progetto che potremmo coltivare. E infatti è così. Basta chiedere a Google. Chiedere Community di madri lavoratrici, di donne che lavorano da casa, di coworking. E ti si apre un bel mondo, pieno di storie positive. Non facili. Ma a lieto fine. Ed è questo poi quello che ci serve per non scoraggiarci e non mollare. Ci serve un sogno e l’esempio di qualcuno che il sogno lo ha realizzato. Il sacrificio non ci spaventa. Le prove di resistenza al dolore fanno parte della vita delle donne. E, come scrive bene Concita De Gregorio: “Ecco cosa serve. Trasformare il dolore in forza. Ignorarlo, domarlo, metterlo da qualche parte perché lasci fiorire qualcosa. È una lezione antica, una sapienza muta e segreta: ciascuna lo sa”.

Forse la usa anche poco la ministra Fornero la Rete, ma ci finisce spesso, con i tormentoni sulle cose che dice. L’ultima in ordine di tempo è choosy che è diventato hashtag popolarissimo su Twitter, che ha riempito le bacheche di Facebook, è finito sui blog, sui meme, sulle vignette. Insomma ha davvero avuto un bel successo.

Effettivamente, e soprattutto in un momento come questo, il sentirsi dare dello “schizzinoso” se sei pure plurilaureato, ti dai da fare ma non trovi uno straccio di lavoro può infastidire, per usare un eufemismo. Riflettendoci bene non è solo quello che non funziona. Quando l’ho sentito ho pensato subito che io non ho fatto mai la schizzinosa e sono passata dalla raccolta di uva e olive, al fare la commessa, allo scribacchiare per un giornale locale (senza retribuzione), all’aiuto ragioniera. Senza però perdere di vista la mia passione, il lavoro che mi sarebbe piaciuto fare.

Se passa il messaggio che per non fare gli schizzinosi “ci si deve accontentare di quello che si trova”, allora avremo una mole di lavoratori scontenti e infelici che non servirà davvero a questo Paese. Il messaggio che dovrebbe passare è che ogni esperienza ti arricchisce. Anche il trasportare secchi carichi di uva e fango aiuta a crescere e maturare. Come lo stare in catena di montaggio. Nessuna occasione di lavoro deve essere sprecata. Pensando sempre però a quello che diceva Steve Jobs e che è il carburante della vita: “Dovete trovare quello che amate. Il lavoro occuperà una parte importante della vostra vita e l’unico modo per essere davvero soddisfatti è fare quello che credete sia uno splendido lavoro. E l’unico modo per fare uno splendido lavoro è amare quello che fate. Se ancora non l’avete trovato, continuate a cercare. Non accontentatevi”.