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Secondo Telefono Azzurro e Eurispes il 6,7% dei ragazzi italiani tra i 12 e i 18 anni ha fatto sexting, ovvero ha fatto sua questa moda tutta americana del fotografarsi nudi in pose provocanti per poi inviare il tutto via SMS, e-mail o atrtaverso il social network. E, nonostante nessuno “costringa” i ragazzi a fare questo, il pericolo è davvero dietro l’angolo. Il male sta sì nel fatto di mostrarsi senza veli, ma sta soprattutto nelle possibili molestie che si ricevono da adulti in cerca di ragazzini o ragazzine da adescare. Le molestie on line sono in aumento. Se si pensa che un ragazzo su 5 è stato “acchiappato” nella rete e quasi uno su 10 ha ricevuto offerte di denaro o regali in cambio di sesso, c’è davvero di che preoccuparsi.

Il tutto va affrontato innanzitutto con la consapevolezza che il problema esiste ed è reale. Non è lontano da noi, oltre Oceano, solo in America o in Cina. E’ qui, è reale. E’ una cosa di cui parlare con i ragazzi per informarli. E’ una cosa da monitorare attraverso opportuni strumenti di “parental control”. E’ una cosa per la quale la Rete non va certo demonizzata ma conosciuta bene. A forza di dirlo forse anche i genitori più disattenti capiranno che non è possibile parcheggiare i ragazzi davanti ad un pc in Rete e sentirsi tranquilli come quando guardano la televisione. Senza fingere di non sapere. O al contrario, una volta saputo, decidere di togliere computer, tablet e smatphone ai ragazzi. Non è con il proibizionismo che si affrontano queste situazioni. Non è neppure con l’attivazione di un parental control che ci si mette in pace. Come per l’educazione nella vita reale, anche in quella virtuale ci vuole dialogo e sacrificio e fatica. Senza questi ingredienti educazione non c’è.

Leggo che il 94,5% della popolazione online italiana sia attiva sui social media. Un minuto su 3 viene speso su Facebook. Un utente su tre ha più di 45 anni. E mi chiedo: ma quanti di questi sono consapevoli del fatto che i loro dati valgono “come petrolio”, come rimarcato in un interessante panel all’Internet Festival? Ogni volta che mettiamo un Mi piace diciamo qualcosa di noi. Ogni volta che scriviamo un post riveliamo il nostro pensiero. Ogni volta che inseriamo una nuova foto contribuiamo a disegnare la nostra “identità digitale”. Vi sarete accorti che scrivendo la parola dieta in un post il secondo dopo vi propinano la pubblicità della dieta di turno o del chirurgo estetico pronto a limare le vostre abbondanze.

Bene, questo non avviene solo su Facebook, ma anche su Google, che risulta il sito più visitato in Italia (e non solo). Ogni qualvolta facciamo una ricerca di un’informazione e scegliamo di aprire un link piuttosto che un altro ci esponiamo, facciamo sapere quello che pensiamo e ciò che preferiamo leggere. Il tutto può essere utilizzato per aiutarci a trovare ciò che cerchiamo in tempi più rapidi, viene studiato per migliorare alcuni servizi ma può anche essere usato per selezionare e proporre alcune notizie piuttosto che altre. Questo ci espone ad un rischio molto elevato del quale pochi sono consapevoli.
Chiediamoci quanto valore attribuiamo ai nostri dati personali? Non è forse vero che li valutiamo meno importanti di alcuni servizi (taluni anche sciocchi come i diversi FarmVille e Bubble Bubble)?

Non si sente parlare che di società dell’informazione, ma siamo entrati senza accorgercene nell’Età dell’ignoranza. Nostra, di tutti. Avere a disposizione miliardi di informazioni non equivale a comprenderle né a saperle usare correttamente”. Questo scrive Fabrizio Tonello nel libro “L’età dell’ignoranza”, presentato a Todi sabato 10 novembre. A colloquio con l’autore ho difeso Internet e la sua “valanga” di informazioni di cui abbiamo il privilegio di godere.

Ciascuno di noi sa quanto chi abita la Rete (ma anche solo chi possiede uno smartphone) possa subire quotidianamente un vero e proprio bombardamento di informazioni: email, newsletter, notifiche di aggiornamenti di stato di Facebook, tweet della timeline di Twitter, richieste di contatto da social network, nuovi post nei blog che seguiamo. Questo è quello che è stato definito Overload informativo. Un eccesso di informazioni che, anziché aiutarci a leggere, capire, farci un’opinione di ciò che accade, ci distrae, ci ruba tempo, ci porta al multitasking, mina la capacità di concentrazione. Di fronte a tutto ciò, come spiega bene Alessandra Farabegoli nel libro “Sopravvivere alle informazioni in Rete” si può decidere se stare fuori dalla Rete, perdendo praticamente ogni opportunità che la stessa Rete offre, consultare tutto quello che ci arriva addosso, cercando di stare dietro a ogni cosa, oppure curare una dieta informativa che ci consenta di selezionare, filtrare, organizzare. Di tenere in mano il timone del rapporto con le informazioni.

L’abbondanza non è mai un male. Soprattutto se quando parliamo di abbondanza ci riferiamo ad un’abbondanza di informazione libera, accessibile, aperta, qual è quella messa a disposizione dalla Rete.

C’è una maledizione cinese che ho letto e mi è sembrata adeguata nella difesa di Internet: “Che tu possa vivere in tempi interessanti”. Vivere in tempi interessanti per i cinesi significa attraversare un momento di forte cambiamento, in cui tutti i punti di riferimento e le certezze acquisite crollano di colpo, mettendo a dura prova la resistenza e la capacità ci sopravvivere al cambiamento.

Questa è la sfida che ci porta Internet, con la sua piena di informazioni che rischia di sommergerci ma che noi abbiamo il dovere di trasformare in opportunità di crescita culturale. L’abbondanza è un bene se , come si afferma nelle ultime pagine, serve a capire quello che succede intorno a noi. E’ un bene se aiuta le persone a recuperare un senso comune che possa farci incontrare nelle piazze reali o virtuali per discutere, fare esperienza, imparare.  Internet non sostituisce la Democrazia, Internet fa nascere movimenti, aggrega persone, sviluppa pensieri e novità. Internet aiuta la Democrazia. Così come aiuta la cultura se impariamo ad usarla tutti. E a farlo tutti in modo consapevole e informato.

Internet è sinonimo di democrazia? Se qualcuno dice questo probabilmente è perché vuole esagerare confondendo o fondendo insieme fine e mezzo. La democrazia potrebbe essere il fine da perseguire. Internet un valido strumento, se usato con consapevolezza, per sostenere la democrazia. Anche il famosissimo sociologo spagnolo Manuel Castells afferma che i movimenti sociali in scena negli ultimi anni, dalle ribellioni nel mondo arabo alle proteste di Occupy Wall Street fino ai cortei degli Indignados, vedono al centro Internet e i social media o, per meglio dire, le reti wireless e la autocomunicazione di massa.

Questo non significa che Internet possa sostituire le ribellioni di piazza, tanto che Castells dice “per far scendere la gente in piazza servirà sempre un fatto reale, individuale o collettivo, capace di provocare emozione e rabbia”. Ma Internet e i social network in particolare contribuiranno a fornire una “maggiore sicurezza, libertà e influenza personale” che farà nascere movimenti, aggregherà le persone, svilupperà nuovi pensieri. Questo il ruolo di Internet. Di quella Internet fatta di persone che riescono a condividere pensieri, a confrontarsi su temi importanti , a saper cogliere dalla Rete le giuste informazioni necessarie a costruire una propria idea.

Internet non può essere democrazia. Internet è uno degli strumenti da sfruttare al meglio per arrivare all’obiettivo di una società democratica.

Chi ha una linea ADSL (ormai tutti quelli che vogliono navigare decentemente) sa che, almeno una volta nella vita, succede di dover chiamare l’assistenza perché improvvisamente ci accorgiamo di non poter più navigare. E se si è clienti Telecom, la telefonata all’assistenza diventa un test per la verifica della stabilità psichica “sotto sforzo”.

A parte la musica che ti inonda le orecchie e che quando piacevole è interrotta da messaggi pubblicitari, dopo un tot di minuti che servono a testare la dose di pazienza in riserva, risponde l’operatore H99999 (agente segreto OSO).

Spiegate il problema, cercando di mantenere la calma e se siete fortunati, dopo aver spento e riacceso il modem, Internet riparte e voi siete felici.

Ma questo solo se è il vostro giorno fortunato. Perché se invece la congiunzione astrale è sfavorevole, allora voi continuate a non navigare. E l’operatore dall’altra parte, dopo aver rimarcato che Telecom niente c’azzecca, chiede “Vuoi che le passi qualcuno che l’aiuta col pc?”. E se provate a spiegare che col computer non avete grossi problemi ma NON VI FUNZIONA IL COLLEGAMENTO ADSL anche se ammettete di essere un ingegnere informatico della NASA, a Telecom vogliono farvi passare per uno che non sa riconoscere una luce accesa da una spenta. E alla modifca cifra di 100 euro più iva ve lo mandano loro uno carrozzato che col pc ci sa fare. A nulla vale controbattere. Se insistete con aria ironica vi dicono “Dicono tutti così, che sul pc ci sanno mettere le mani ma poi…”.

Un consiglio: non arrendetevi. Dite di NO. Non vi serve uno che vi dia una mano col pc. Vi serve che vi facciano ripartire il collegamento. Anche perché se minimo minimo viene fuori che non state superando la prova, che siete sullo schizzato e minacciate l’abbandono simultaneo, vedrete che dopo aver salutato cordialmente, quasi per magia, la vostra linea riparte. Per la serie Ringrazio, rifiuto l’offerta e vado avanti.