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Ogni volta che sento pronunciare “nativi digitali” penso che digitale non si nasce ma lo si diventa. Lo si diventa in primis guardando e utilizzando le cose che abbiamo a portata di mano. E’ per questo che i nostri figli usano bene i tablet. Perché guardano i genitori che li usano e diventa quindi normale passare il dito su uno schermo per chiedere una cosa. Questo è il nativo digitale. Mentre oggi a questo termine si vuole dare un significato più ampio. Si vuol credere (per comodità) che i ragazzi non hanno bisogno di qualcuno che li guidi in Rete, col pc, con lo smartphone perché “Loro son più svegli di noi”. E siamo a posto.

Questo errore è imperdonabile. Da parte dei genitori e degli insegnanti, dei nonni, degli zii, degli amici. Su questo ha ragione Fabrizio Tonello quando ne “L’età dell’ignoranza” scrive: “Moltissimi giovani e giovanissimi mancano della motivazione, della formazione di base e delle capacità per sfruttare efficacemente la Rete”.

C’è la necessità che i ragazzi, i bambini, gli adolescenti (e non solo) acquisiscano consapevolezza di quelle che sono le potenzialità e i rischi insiti negli strumenti che utilizzano. Pensare di lasciarli al loto istinto in Rete è come far guidare una macchina ad un ragazzino “sveglio” pensando che la patente (e quindi l’istruzione su come guidare) non serva a nulla. Non possiamo pretendere che i ragazzi usino Internet in maniera intelligente se non c’è lo sforzo per far capire loro come si usa. Su questo ha scritto benissimo Mafe De Baggis: “I nativi digitali sono abituati alla tecnologia, non consapevoli delle sue potenzialità: meravigliarsi o dispiacersi che usino Facebook per commentare X-Factor e non per fare la rivoluzione è come darmi un’asta e meravigliarsi se non salto da un palazzo all’altro”.

Vanno bene le dotazioni di tablet e lavagne digitali a scuola. Va bene comprare lo smartphone al proprio figlio. Va bene riempire i ragazzi di ogni gadget tecnologico. A patto che insieme allo strumento ci sia un libretto di istruzioni. Non di quelli da mettere in un cassetto a marcire. Ma di quelli che prendono le sembianze di una persona (mamma, papà, fratello, insegnante che sia) per affiancare, spiegare, guidare.

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Non si sente parlare che di società dell’informazione, ma siamo entrati senza accorgercene nell’Età dell’ignoranza. Nostra, di tutti. Avere a disposizione miliardi di informazioni non equivale a comprenderle né a saperle usare correttamente”. Questo scrive Fabrizio Tonello nel libro “L’età dell’ignoranza”, presentato a Todi sabato 10 novembre. A colloquio con l’autore ho difeso Internet e la sua “valanga” di informazioni di cui abbiamo il privilegio di godere.

Ciascuno di noi sa quanto chi abita la Rete (ma anche solo chi possiede uno smartphone) possa subire quotidianamente un vero e proprio bombardamento di informazioni: email, newsletter, notifiche di aggiornamenti di stato di Facebook, tweet della timeline di Twitter, richieste di contatto da social network, nuovi post nei blog che seguiamo. Questo è quello che è stato definito Overload informativo. Un eccesso di informazioni che, anziché aiutarci a leggere, capire, farci un’opinione di ciò che accade, ci distrae, ci ruba tempo, ci porta al multitasking, mina la capacità di concentrazione. Di fronte a tutto ciò, come spiega bene Alessandra Farabegoli nel libro “Sopravvivere alle informazioni in Rete” si può decidere se stare fuori dalla Rete, perdendo praticamente ogni opportunità che la stessa Rete offre, consultare tutto quello che ci arriva addosso, cercando di stare dietro a ogni cosa, oppure curare una dieta informativa che ci consenta di selezionare, filtrare, organizzare. Di tenere in mano il timone del rapporto con le informazioni.

L’abbondanza non è mai un male. Soprattutto se quando parliamo di abbondanza ci riferiamo ad un’abbondanza di informazione libera, accessibile, aperta, qual è quella messa a disposizione dalla Rete.

C’è una maledizione cinese che ho letto e mi è sembrata adeguata nella difesa di Internet: “Che tu possa vivere in tempi interessanti”. Vivere in tempi interessanti per i cinesi significa attraversare un momento di forte cambiamento, in cui tutti i punti di riferimento e le certezze acquisite crollano di colpo, mettendo a dura prova la resistenza e la capacità ci sopravvivere al cambiamento.

Questa è la sfida che ci porta Internet, con la sua piena di informazioni che rischia di sommergerci ma che noi abbiamo il dovere di trasformare in opportunità di crescita culturale. L’abbondanza è un bene se , come si afferma nelle ultime pagine, serve a capire quello che succede intorno a noi. E’ un bene se aiuta le persone a recuperare un senso comune che possa farci incontrare nelle piazze reali o virtuali per discutere, fare esperienza, imparare.  Internet non sostituisce la Democrazia, Internet fa nascere movimenti, aggrega persone, sviluppa pensieri e novità. Internet aiuta la Democrazia. Così come aiuta la cultura se impariamo ad usarla tutti. E a farlo tutti in modo consapevole e informato.