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Puntuale come un orologio svizzero arriva la classifica delle 25 password più usate (e quindi più banali) dell’anno. E torna, con questa, il tormentone degli hacker che hanno vita semplice, che non devono fare sforzi di fantasia per capire le nostre “chiavi di accesso” a pc, programmi, telefoni. A divulgare la lista delle password è SplashData, che mostra come al primo posto della parola segreta più usata ci sia ancora “password”, seguita da 123456, 12345678 (se serve più lunga), abc123.

Nessuna rivelazione di grossa portata se si pensa che ogni anno la classifica si ripete ed è più o meno la stessa. A giustificare la scarsa creatività di chi le password le sceglie c’è sicuramente il fatto che occorre averne tantissime (dal pin del bancomat a quello del telefonino passando per l’allarme di casa e quello dell’ufficio). E siccome non possiamo avere una memoria così ferrea da ricordare tutto va a finire che usiamo per tutti la stessa password (cosa abominevole ma che può salvare la salute mentale) o scriviamo direttamente in chiaro le password su un foglietto che magari teniamo pure in bella vista.

E questo accade non solo per la difficoltà nello scegliere combinazioni di caratteri più difficili da scovare, ma proprio per la percezione che essendo questa una chiave virtuale, il diffonderla può fare meno male che il regalare copie della chiave di casa. Questo senso del virtuale forse ci frega. E continuiamo così imperterriti a scrivere sequenze banali, pur avendo letto e riletto le regole secondo cui la lunghezza deve essere minimo 8 caratteri, deve contenere numeri, lettere e caratteri speciali, deve essere diversa dalle ultime due che abbimo messo, deve essere cambiata almeno ogni tre mesi….Ma volete mettere il comodo di una parola banale quando si apre il pc? Vogliamo parlare della tranquillità che dà una password che seppure ce la scordiamo troviamo sempre qualcuno in grado di dircela? Come disse una volta una signora “Sai che c’è? Io metto la data del primo incontro con mio marito. Tanto non se la ricorda neppure lui!”

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Le Pec: tutti ne parlano ma nessuno ha capito bene cos’è e a che serve. E finché si tratta di semplici cittadini passi. Ma se e quando l’ignorare o il confondere la PEC con altri strumenti si trova nelle Pubbliche Amministrazioni che hanno l’obbligo di utilizzarla come strumento primario di comunicazione allora sono guai.

Partiamo dagli errori più comuni per capire cos’è la PEC. Non è sicuramente uno strumento per firmare digitalmente. Qualcuno pensa “Mando un documento non firmato con posta elettronica certificata vuoi che non mi certifica il contenuto?”. Niente di più sbagliato. La PEC certifica, come la raccomandata con ricevuta di ritorno, solo e soltanto la data e l’ora esatta di spedizione. Altro errore fatale: dalla mia casella di posta “normale” scrivo ad una PEC e così sono a posto. L’invio e la ricezione si fa solo tra PEC. Se dovete inviare un documento con questo strumento dovete avere anche voi una casella certificata. Ultimo errore: ignorare una ricevuta con errore. E’ un po’ come se vi tornasse indietro una lettera per impossibilità di consegna e voi faceste finta di non averla vista e continuaste imperterriti a pensare di aver fatto tutto correttamente.

Sono tre banalità quelle sopra. Tre cose ovvie per molti ma assolutamente sconosciute ai più. Del resto per conoscere gli strumenti bisogna leggere, approfondire, informarsi. Molto più comodo far finta di aver capito. Dare un’interpretazione al nome Posta Elettronica Certificata ed ecco come per magia i tre equivoci. Posta: quindi è come l’email; Elettronica: la spedisco e fa tutto da sola senza bisogno di verificare; Certificata: posso mandare di tutto in allegato e certifico anche la ricetta della torta di mele. La PEC è anche facilmente digeribile. Purché la si sappia cucinare.

Volete cliccare il Mi piace di una pagina di Facebook ma non volete che i vostri amici lo sappiano? Senza addentrarci troppo sul perché dovreste avere questa necessità e sulla natura della pagina per la quale volete dare la vostra preferenza, diciamo che si può fare. Il come è abbastanza contorto. Cliccando il riquadro Mi piace sotto l’immagine di copertina accedete alla pagina dei Preferiti, dove sono visualizzate tutte le pagine per le quali avete cliccato il Mi piace. Cliccando sul tasto Modifica in alto a destra per ogni riquadro si può scegliere quale pagine rimuovere e soprattutto impostare il livello di privacy, decidendo di escludere dalla visualizzazione tutti o solo alcuni amici.

In questo modo vi sentirete più padroni dei vostri Mi piace, pur nella consapevolezza che su Facebook queste informazioni rappresentano una fonte preziosa di dati. Dati che, ormai lo avrete capito, valgono più del petrolio perché sono analizzati per inviarvi messaggi pubblicitari ad hoc. E non solo. Il rischio è che siano studiati anche per inviarvi notizie ad hoc, incanalando così il vostro modo di pensare e ragionare. Attenzione quindi quando siete su Facebook. Cliccate tutti i Mi piace che volete, ma fatelo con la consapevolezza di chi in quel momento sta vendendo un proprio dato. Un dato che in genere vale molto più del gadgettino che arriva, del servizio offerto o del neppure grazie di alcune pagine.

Fuori piove, il cielo è grigio, non si può andare al parco. I pomeriggi sono più lenti così e sembrano non passare mai. Così ci viene in mente di “piazzare” i nostri figli davanti ad un tablet. Un’esplorazione con Dora, un pollo da tirare con la fionda, un salto nel mondo delle Winx e il gioco è fatto. Quanto siano buone queste app spesso non ce lo chiediamo. Sono lì, le abbiamo scaricate, gli amici ci giocano, che male faranno mai? Da genitori consapevoli dovremmo invece sgooglare di più e fidarci di meno. Perché non tutte le app sono adatte ai nostri figli. Sembra una cosa di una banalità disarmante, ma…

Il portale Mamamò cerca di sopperire alla leggerezza, elargendo consigli su app e tecnologia adatta ai bimbi. Una guida insomma per non perdersi nella foresta di applicazioni disponibili ma soprattutto per non sbagliare strada. Nel sito ci sono consigli e recensioni su quelle che sono ritenute le app più adatte, suddivise per categoria e per età.

Questo può essere un aiuto. Guardare solo qui non può essere l’unica soluzione ma è molto meglio che lasciare i figli in balia di un tablet. Senza demonizzare “lo strumento” che è il tablet o lo smartphone, ciò che fa la differenza è il nostro impegno nel conoscere l’uso che si può far fare agli gnomi dello strumento. Scaricare app non basta. Occorre guardare prima se sono adatte, provarle non sarebbe male e affiancare i figli mentre le usano. Nella consapevolezza che non c’è niente di più bello, con un cielo grigio e una pioggerella fina, che coperti di mantelline e muniti di grandi ombrelli farsi un giro fuori per una passeggiata. Questa app nessuno l’ha brevettata.

Arriva su Facebook quello che è stato soprannominato come “il pulsante dei desideri”. Accanto al Mi piace tradizionale, tramite il quale si può già dire al mondo intero quello che ci garba e quello che no, arriva il Lo voglio. Il bottone Want, annunciato dai vertici del social network, servirà a creare delle liste dei desideri dalle quali poter attingere per fare direttamente gli acquisti presso i commercianti virtuali che avranno attivato campagne promozionali nel VirtualMondo.

Comodo, direte voi. Uno vede una cosa, gli scappa un clic e, se ha la carta di credito, il gioco è fatto. Ed effettivamente il servizio potrebbe essere visto come un modo comodo e molto rapido di scegliere quel che ci serve. Attenzione però a non sottovalutare i rischi dell’operazione. Nel momento in cui dichiarate l’intenzione di voler comprare un oggetto sarà un po’ come girare con un cartello in fronte con scritto “Voglio comprarmi un tablet nuovo di zecca”. Pensate che tutti quelli che vi incontrano e che vendono tablet non ve ne offriranno uno? Ma soprattutto, non pensate che nella fretta e con la comodità a portata di mano non rischiamo di far prima a mettere il Mi voglio e strisciare piuttosto che guardarci intorno, razionalizzare se la cosa ci serve, confrontare caratteristiche e prezzi, andare a provare, leggere recensioni prima di mettere mano al portafogli?

Come sempre, di questi tempi, ciò che conta è acquistare consapevolezza degli strumenti che abbiamo a portata di clic. Anche se questa non è messa in vendita. Viene regalata con la lettura delle informazioni giuste.

Facebook e foto non fanno rima ma vanno parecchio d’accordo. E alla tentazione di caricare una bella immagine propria o di qualcuno che conosciamo abbiamo prima o poi ceduto tutti. Tralasciando il discorso dell’opportunità di ciò che postate (foto in bikini e bikini ristretto, immagini dei nostri bimbi, pose plastiche da copertina che poi tanto copertina non è….) dovreste comunque fare attenzione. Soprattutto se nella foto non siete soli. Sì, perché mentre potete decidere liberamente di regalare i vostri scatti a Facebook, chi ha fatto il ciiis con voi probabilmente alla sua immagine ci tiene e non vuole renderla pubblica. E lasciate perdere il commento che arriva come lo scatto alla risposta: “Ma di che ti preoccupi che tanto la foto la vedono solo i miei amici!”. Perché sapete (mi auguro) che non è sempre così.

Prima di pubblicare qualunque foto il buon senso ci dovrebbe spingere a chiedere il consenso alla persona riprodotta, per evitare che questa si ritrovi “sbattuta” in Home di Facebook e magari commentata a sua insaputa.

Ora, siccome questo tipo di delicatezza non sempre viene utilizzato, è il caso che vi attrezziate e che iniziate a impostare Facebook in modo da farvi vedere prima della pubblicazione i tag che i vostri amici hanno fatto su foto,  video, link e qualsiasi contenuto e decidere se approvare o meno il tag.

Per impostare questa protezione è sufficiente andare da Account – Impostazioni sulla privacy – Diario e aggiunta di tag. Da qui attivare il “Controlla i post in cui gli amici ti hanno taggato prima che vengano visualizzati sul diario”.

Per attivare l’impostazione buon senso a ON, purtroppo, non ci perviene alcun tipo di indicazione.

Hai figli, nipoti, solo amici sotto i quindici anni? O forse anche sotto i diciotto? Se la risposta è sì hai trovato un altro valido motivo per non fregartene di pc, social network e quanto gira intorno al mondo delle nuove tecnologie. Non puoi continuare a dire “Io gli SMS non li so usare e non ho neppure una casella email” e fare di questo un vanto.

Uno degli errori che molti fanno è pensare che fatto lo sforzo di accollarsi cinquanta rate da pagare per un supercomputer carrozzato con cui ti regalano smartphone, stampante e tablet rende tecnologicamente a posto i ragazzi. Ma forse sfugge che per imparare bene a guidare abbiamo bisogno che qualcuno ci spieghi come funzioni la macchina. Questo per evitare di schiantarci e farci male provando da soli.

E allora, a parte l’acquisto per il quale potete leggere un vecchio post con i consigli del cosa ci serve comprare, bisogna che i ragazzi siano monitorati. A questo proposito un buon libro che può aiutarvi è “Sicuri in rete” di Mauro Ozenda e Laura Bissolotti. Contiene una mole infinita di consigli e cose da fare (ma soprattutto da non fare) per guidare i ragazzi. Tra le buone pratiche  e i software che servono a limitare e controllare gli accessi, si leggono una serie di informazioni che vi aiutano a conoscere gli “attrezzi” che mettete in mano ai ragazzi.

Non pensate di scaricarvi la coscienza piazzando i vostri ragazzi davanti ad un pc da soli come fareste con la televisione. Sappiamo che è comodo. Che è comodo non litigare, non contrattare, controllare poco, lasciar chattare e crescere navigatori liberi. Ma in Rete non si può fare. Come non si può affermare “Meglio che non si colleghi che è pieno di pericoli”. Lo slogan deve essere un altro: “Meglio che conosca io potenzialità e rischi in modo da poter fare da guida”. Poi è ovvio che i pericoli ci sono. Ma quando li si conosce ci si ripara più facilmente.