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Gironzoli su Facebook e inevitabilmente incontri un profilo “di coppia”. Quello col cognome doppio e la foto insieme stile Cip e Ciop. Ma si può condvidere un profilo in due?

Tralasciando regole, limiti, policy, si può esprimere una stessa opinione sempre?
Si può cliccare mi piace ed essere sicuri che piaccia ad entrambi una cosa?
Si può postare un commento ed essere all’unisono come il coro dell’Antoniano?
Si può pubblicare un pensiero, un aforisma, una frase, una foto che possa piacere a entrambi?

No. No è l’unica risposta sensata. Perché è impossibile che due persone siano sempre comunque d’accordo su come stare e cosa fare su Facebook.  Sui social network ognuno di noi dovrebbe essere unico e se stesso.

Amarsi, del resto, non significa pensarla allo stesso modo. Anzi, a volte l’amore si annida proprio tra le distanze.

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cena

Poco digeribili

quelli che ti taggo sulla foto del tiramisù e della crostata al limone anche se sei diabetico
quelli che non ti conosco, ti chiedo l’amicizia, non fai in tempo ad accettare che ti scrivo il messaggio originale “Ehi, buonasera…”
quelli che ti commento ogni cosa che scrivi
quelli che “Hai letto il mio messaggio?” che se non ho risposto un motivo ci sarà
quelli che ti taggo su un post dove tu non c’entri niente ma io invece penso di sì
quelli che ti mando un poke, che poi che sarà mai sto poke ma intanto visto che c’è e non costa niente…
quelli che ti voglio commentare la foto del profilo e pure quella di copertina e ogni singola foto che metterai negli album
quelli che ti copio un post invece di condividerlo che tanto mica t’accorgi
quelli che “Ma perché non ti trovo mai in chat?” e sarà perché non ho voglia di chattare?
quelli che so che non giochi ma io almeno dieci volte al giorno ti invito perché voglio convertirti
quelli che leggo un post e penso sia rivolto a me.

E per questi che non c’è davvero Brioschi che tenga. Ti rimangono tutti sullo stomaco

sdraia

Leggo il libro di Paolo Crepet “Elogio dell’amicizia” e ci trovo l’ennesima riflessione sul come i social network possano minare le vite di tutti e dei ragazzi in particolare. Si arriva, per introdurre l’argomento, al racconto del suicidio di una quindicenne e del suo profilo Facebook “pieno di messaggi angosciati, di straripante voglia di morire, di totale mancanza di senso di vita”.

La cosa mi tocca da vicino e mi riporta alla mente l’immagine di un’amica. Bionda, bella, sempre sorridente e solare, con un profilo pieno di frasi ironiche e messaggi pieni di vita che non lasciava certo immaginare la sua ferma convinzione a volerla salutare per sempre questa vita. Non c’erano messaggi angoscianti, non c’erano frasi di morte, non c’era niente se non un suo distacco dal social network nell’ultimo periodo.

Il contrario, quindi, di quello che si vuole disegnare come una cosa semplice ma che di semplice non ha nulla. E che non può certo essere attribuita a Facebook. Magari si potesse fare l’associazione social network e suicidio. Magari ci fosse qualcuno in grado di scrivere la ricetta dell’amare così intensamente questa vita da non volerla lasciare.

I social sono solo strumenti. Si possono usare bene o male. Ci possono aiutare ad allacciare rapporti anche a distanza così come ci possono convincere del quanto siamo soli davanti ad un computer. Ma questo non dipende certo dal computer quanto dalla serenità di chi ci si siede davanti. E se vogliamo proprio fare una riflessione sui ragazzi e sulla loro dipendenza dai social network pensiamo a quante volte chiediamo loro quel “Ciao, come va?” che acquista tutto un altro sapore se detto guardandosi negli occhi. Un sapore così dolce che, anche solo per un attimo, può far sentire meno soli.

ricordo

Quando è uscita la notizia, ormai vecchia, che Facebook concedeva la possibilità di trasformare il proprio profilo in “commemorativo” dopo la nostra scomparsa, ho riflettuto su quello che sarebbe piaciuto a me. E ho pensato: se si lascia questo mondo reale si può lasciare anche il virtuale chiudendo il profilo.

Poi, qualche tempo fa, viene a mancare una ragazza che conosco. Ha poco più di vent’anni. E’ sposata con un amico. Ha un sorriso così bello da bucare lo schermo. Lo mostra da sotto un grande cappello che nasconde i segni della chemio. Continua a mostrare quel sorriso nonostante non ci sia più. Sono passati già alcuni giorni e gli amici continuano a nominarla, a taggarla nelle loro foto, a lasciarle qualche messaggio come se potesse rispondere. In tanti immagino vadano a visitare quel profilo, a sfogliare qualche foto, a leggere qualche vecchio messaggio. Per non parlare di quel ragazzo che ha lasciato con un angelo bellissimo di poco più due anni e che ogni tanto scrive un pensiero che passa sulla home e ti trafigge come una sciabola.

L’assenza si sa, come scrive la De Gregorio, è una più acuta presenza. “Vale per la vista, vale per l’udito, vale per le persone che non ci sono più”. Che cerchiamo quando sappiamo di non poterle rincontrare, di non avere la possibilità di scambiarci un saluto o un Mi piace su quello che hanno scritto, di non poter vedere come cambiano nel tempo. Penso al sorriso di chi non c’è più ma è rimasto su Facebook e penso ad un altro sorriso che non vedo da quasi un anno e che vorrei poter rivedere almeno in questo mondo virtuale. Così cambio opinione. E penso che il restare possa anche essere un bel modo per farsi ricordare, per lasciare un pezzo di noi, per non farsi dimenticare, per continuare a vivere nei ricordi di chi visita il nostro profilo, di chi ci tagga, di chi spera ancora che da un altro mondo virtuale si possa apprezzare un commento, un ti voglio bene non detto, una dedica.

stalker

Qualche giorno fa esce un post su Gilda35 che insegna il trucchetto per vedere la lista delle persone che con maggior frequenza vengono a visitare (o sbirciare, per meglio dire) la nostra pagina Facebook. E, alla finta riluttanza iniziale che ci vede dire “Figurati se ho tempo da perdere a fare tutte queste manovre per vedere chi mi segue?” segue immediata l’applicazione in modo scientifico delle indicazioni del post.

Tutto per scoprire che a leggere la tua pagina sono tuo marito (o tua moglie o chi ne fa le veci), gli amici di sempre, quelli che segui anche tu, con cui ti scambi più saluti veri che Mi piace. E allora lo posti su Facebook, li ringrazi, non ti stupisci di certo, ma una certa tranquillità e serenità ti invade. Nonostante la delusione nel non aver trovato uno/una stalker clandestino/a (possibilmente di bell’aspetto e con un numero di anni almeno inferiore di dieci rispetto ai tuoi), ti senti un po’ felice.

Su Facebook si sa, si sbirciano le bacheche di quelli di cui ne vogliamo sapere, di quelli che ci interessano, che scrivono cose che divertono o al contrario ci commuovono. Di quelli insomma che non passano inosservati. E il sapere di non passare inosservati non da PincoPallo ma dalle persone alle quali tieni veramente, da quelle con cui condividi le giornate, da quelle che se incontri per strada riconosci di certo ti fa felice. Più dell’avere qualche ammiratore o ammiratrice sparsa per la Rete.

Leggo che il 94,5% della popolazione online italiana sia attiva sui social media. Un minuto su 3 viene speso su Facebook. Un utente su tre ha più di 45 anni. E mi chiedo: ma quanti di questi sono consapevoli del fatto che i loro dati valgono “come petrolio”, come rimarcato in un interessante panel all’Internet Festival? Ogni volta che mettiamo un Mi piace diciamo qualcosa di noi. Ogni volta che scriviamo un post riveliamo il nostro pensiero. Ogni volta che inseriamo una nuova foto contribuiamo a disegnare la nostra “identità digitale”. Vi sarete accorti che scrivendo la parola dieta in un post il secondo dopo vi propinano la pubblicità della dieta di turno o del chirurgo estetico pronto a limare le vostre abbondanze.

Bene, questo non avviene solo su Facebook, ma anche su Google, che risulta il sito più visitato in Italia (e non solo). Ogni qualvolta facciamo una ricerca di un’informazione e scegliamo di aprire un link piuttosto che un altro ci esponiamo, facciamo sapere quello che pensiamo e ciò che preferiamo leggere. Il tutto può essere utilizzato per aiutarci a trovare ciò che cerchiamo in tempi più rapidi, viene studiato per migliorare alcuni servizi ma può anche essere usato per selezionare e proporre alcune notizie piuttosto che altre. Questo ci espone ad un rischio molto elevato del quale pochi sono consapevoli.
Chiediamoci quanto valore attribuiamo ai nostri dati personali? Non è forse vero che li valutiamo meno importanti di alcuni servizi (taluni anche sciocchi come i diversi FarmVille e Bubble Bubble)?