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copertina valentina nello spazio 5 nov

Valentina è nata in una sera d’autunno. Mi hanno chiesto di scrivere una favola e ho pensato che non avrei voluto scrivere né di principi né tanto meno di principesse. Mi sarebbe piaciuto raccontare un sogno di bambina. Un sogno particolare: quello di fare l’astronauta.

E mi è venuta in mente lei: Valentina, una bionda vicina di scrivania il cui sogno si è interrotto troppo presto, che mi diceva sempre di essere stata chiamata come la prima donna nello spazio. Ne andava fiera Valentina. Come questa Valentina del libro che ci vuol credere al suo sogno e sa di poterlo realizzare impegnandosi.

Valentina nello spazio è una favola non tanto favola. E’ una storia che vuole incoraggiare a non mollare e a credere sempre nei propri sogni. Anche se poi si rimane a terra e sullo spazio non ci si va. Perché i sogni hanno mille sfaccettature. Si vola in tanti modi. A volte si vola senza rendersi conto di volare.

Il libro è dedicato a tutte le Valentine in terra. Con un pensiero ad una Valentina in cielo.

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Leggendo il libro del direttore operativo di Facebook Sheryl Sandberg “Facciamoci avanti” sicuramente una delle frasi da appuntare è:“Fatto è meglio che perfetto”. Inutile ribadire che le donne, quasi per un “difetto di fabbrica”, mirano a fare tutto in modo impeccabile o quanto meno nel miglior modo che conoscono. E’ un difetto comune, inutile negarlo. Lottare per attenuare il desiderio di vedere tutto infiocchettato e riuscito bene si può. Ma non è certo facile. 

Ovvio pensare che se ci si accontentasse di una casa meno pulita, di un aiuto in più da parte del proprio compagno, di qualche attività in meno da proporre ai figli, di un orario “normale” di lavoro senza voler fare Wonder Woman, se si accettasse qualche commento negativo su una cosa fatta, al lavoro o casa, in modo non perfetto vivremmo tutte più serene. E magari non saremmo tentate dal lasciare il lavoro perché ci riteniamo non adeguate, non brave abbastanza, non eccellenti.

Questo è vero. Ma è altrettanto vero che non è il solo mirare alla perfezione quel che ci “frega”. Quello che davvero ci fa rinunciare ad un’attività che ci porta lontane dai nostri figli e dalla nostra casa o da una promozione che richiede una maggior presenza al lavoro non è solo la voglia di perfezione. E’ il senso di colpa unito a quella sindrome da cordone ombelicale che ci vorrebbe vicine ai nostri figli e alle persone che amiamo in ogni istante.

Sappiamo che i discorsi sulla “qualità” del tempo sono un surrogato di giustificazione all’assenza. Sappiamo che per fare bene dovremmo esserci fisicamente, rispondere quando gli altri hanno bisogno di noi, ascoltare quando qualcuno ha bisogno di parlarci. Ma sappiamo anche che se non facciamo quello che ci piace nella vita, se passiamo tutto il tempo in famiglia finiamo per diventare trasparenti anche per i figli.

La ricetta dell’equilibrio chiaramente non esiste. Ma un equilibrio è possibile e ciascuna lo trova a modo suo: chi rinunciando a qualche libro da leggere per finire di fare tutto in casa, chi lasciando indietro qualche progetto senza lasciare il lavoro, chi stando perennemente in multitasking tra un biberon e un pc acceso, chi appoggiandosi alle persone con cui condivide la vita.

La razza umana – si legge nel libro – è come un uccello: ha bisogno di entrambe le ali per volare. Le ali sono gli uomini e le donne; con un’ala sola non si vola“. Ecco perché c’è bisogno di farsi avanti. C’è bisogno che in ogni settore ci siano uomini e donne. C’è bisogno che si abbandoni per sempre l’idea che le donne servono da giovani per fare “arredamento” e poi possono stare a casa a badare i figli, come succedeva per le nostre nonne.

Facciamoci avanti, allora. Senza vestirci da Wonder Woman. Con la certezza che nessuno al mondo aspira a fare il Wonder Man.

120 donne uccise nel 2012. E l’anno non è ancora finito. Secondo le anticipazioni dei dati 2012 di Telefono Rosa, le violenze sulle donne all’interno di rapporti sentimentali hanno raggiunto l’85% di tutte le violenze, il 3% in più del 2011.  Questi i numeri. Come descrivere la rabbia che ti invade quando leggi di qualcuna massacrata in omicidi chiamati ironicamente “passionali”? Tempo fa Arianna Ciccone ha criticato giustamente l’accostamento omicidio passionale. Dov’è la passione e l’amore nelle sprangate, nei cazzotti, negli schiaffi, negli insulti, negli spintoni?

Centinaia di articoli si leggono, di studi sociologici, di tentativi di comprensione del fenomeno. Ma nulla se ne capisce. Solo un libro credo abbia colto nel segno. Quello di Concita De Gregorio “Malamore” quando scrive “C’è una consapevolezza della debolezza maschile, una presunta forza femminile che si esercita nel tollerare la sopraffazione. C’è la sensazione che comunque un prezzo per la libertà si debba pagare e che sia questo. C’è un eccesso di considerazione di sé: io sarò capace di aspettare, di controllare, di gestire la tua ira perché ne conosce l’origine e ti so fragile”.

E invece la resistenza non serve. Non serve resistere al primo insulto o al primo schiaffo che “sai mi è sfuggito”. Non serve mascherare un occhio nero col fondotinta, non serve pensare che le persone possono cambiare e migliorare se anche solo una volta sono state capaci di alzare le mani sulla persona che dicono di amare. Non serve mostrarsi forti quando si avrebbe voglia di scappar via piangendo. Non serve fingersi sicure di sé se si ha paura della persona con cui si divide la vita. Non serve indossare un sorriso finto domando il dolore e trasformandolo in finta forza.

Noi donne siamo forti. Lo sappiamo ma vogliamo ancora dimostrarlo instancabilmente ogni giorno. Scrive ancora la De Gregorio: “Il malamore è gramigna, cresce nei vasi dei nostri balconi. Sradicarlo costa più che tenerselo. Dargli acqua ogni giorno, alzare l’asticella della resistenza al dolore è una folle tentazione che può costare la vita”. Non facciamolo allora. Non facciamolo più.


Scorrono in questi giorni, non so se fitti come la nebbia di novembre o rari ma particolarmente brillanti per passare inosservati, i post di donne che raccontano di come hanno deciso di mollare o della fatica che si fa con lavori che sempre meno, a maggior ragione adesso in tempi di crisi, si  adeguano alle vite frenetiche di chi si divide tra ufficio e famiglia. C’è la stanchezza nei post che ho letto. C’è la paura di non riuscire a far tutto e soprattutto di non riuscire a far tutto bene come pretendiamo sempre da noi stesse. C’è la tristezza di dover dire “avevano ragione quelli che dicevano che la donna si deve occupare di casa e figli”. C’è il rimpianto per un entusiasmo che negli anni si consuma tra una lavatrice caricata a mezzanotte e un lavoro da finire quando tutti dormono. C’è il maledetto senso di colpa, prerogativa solo delle donne, che non ti abbandona mai. Un compagno di viaggio che è sempre in agguato pronto a dire che se tuo figlio ha il raffreddore sarà forse perché ha preso freddo a scuola e se lo tenevi a casa vuoi vedere che non si ammalava.

Leggendo mi viene una gran rabbia. Perché la Rete serve a questo. La Rete è fatta di persone che si possono sostenere nella condivisione. Vorrei urlarlo che è vero che ci troviamo tutte a caricare una lavatrice di sera tardi, ma che se ce lo raccontiamo ci sentiamo meno sole. Magari cercando in Rete troviamo un’idea, una cosa che può aiutarci, un progetto che potremmo coltivare. E infatti è così. Basta chiedere a Google. Chiedere Community di madri lavoratrici, di donne che lavorano da casa, di coworking. E ti si apre un bel mondo, pieno di storie positive. Non facili. Ma a lieto fine. Ed è questo poi quello che ci serve per non scoraggiarci e non mollare. Ci serve un sogno e l’esempio di qualcuno che il sogno lo ha realizzato. Il sacrificio non ci spaventa. Le prove di resistenza al dolore fanno parte della vita delle donne. E, come scrive bene Concita De Gregorio: “Ecco cosa serve. Trasformare il dolore in forza. Ignorarlo, domarlo, metterlo da qualche parte perché lasci fiorire qualcosa. È una lezione antica, una sapienza muta e segreta: ciascuna lo sa”.

Multitasking è un modo “tecnologico” per descrivere il “fare cento e più cose insieme”. Il multitasking dal dopo guerra credo lo pratichiamo un po’ tutti non solo nel lavoro ma anche nella vita reale. Da quando ci alziamo al mattino, prepariamo le colazioni mentre scarichiamo la posta, scongeliamo una cosa da preparare per cena e diamo lo start alla lavatrice. Le donne in particolare sono in perenne multitasking tanto da essere state definite in una recente ricerca “le migliori praticanti del multitasking”. Non certo per maggiori capacità ma solo per istinto di sopravvivenza.

All’Internet Festival di Pisa, seguendo il panel su “Percorsi per un uso consapevole del Web”, sento dire a Luca Conti che il multitasking probabilmente è “il male”. Perché non ti permette di concentrarti e fare adeguatamente quello che devi fare. E allora inizio a ragionare e penso che effettivamente mi servirebbero dieci monitor per contenere tutti i “task” che faccio col pc. La posta, skype, twitter, il documento che compongo, il foglio di calcolo che preparo, Evernote dove appunto questioni che mi interessano, un sql che mi serve ogni tanto e altre finestre sparse dove leggo articoli, commenti, notizie che mi interessano. E dire che in questo una grossa mano me la dà Google Reader che “rastrella” per me articoli che mi interessano.

Lo avevo già letto nel libro di Alessandra Farabegoli “Sopravvivere alle informazioni in Rete“. E sentirlo ripetere me lo ha fatto tornare in mente. L’overload di informazioni e di stimoli è un problema reale. Bisognerebbe tornare a fare una cosa alla volta. Come le nostre nonne quando ci raccontavano di come, una volta a settimana, facevano il pane. E quello era l’impegno di quel mattino. Non lavavano, non pulivano, non andavano nei campi, non volevano i ragazzini che  girassero per casa. Facevano il pane e lo facevano benissimo. Scrivere un post, un tweet, un aggiornamento di stato è molto meno bello che non veder lievitare il pane, ma si può provare a farlo bene, aprendo una finestra alla volta.