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L’ennesima, indispensabile, ricerca americana della Flinders University ha messo in risalto come l’uso dei videogiochi prima di andare a letto sia “deleterio” per gli adolescenti. Sui bambini notizie non ne sono pervenute, direte voi. Quindi, possiamo continuare a piazzarli comodamente davanti ad una bella Play Station mentre ci indivaniamo o rassettiamo la cucina nel post cena.

I ricercatori hanno notato come l’uso di videogame violenti per 50 o 150 minuti (leggi un’ora o un po’ più di due) possa provocare fino a mezz’ora di sonno totale in meno dovuto alla difficoltà di addormentarsi. Per non parlare dei risvegli notturni rilevati “scentificamente”.

Come sempre quando si leggono notizie apparentemente scontate mi chiedo perché non ci arriviamo da soli a capirlo. E perché continuiamo a lasciare i figli abbandonati con un telecomando in mano. E una motivazione ognuno di noi la trova. Nascosta, che non vuole uscire fuori. Ma la troviamo tutti. Li lasciamo lì, pensando che si stanno divertendo, perché è comodo. Più comodo che mettersi in salotto a parlare, più comodo che leggere una favola a letto, più comodo che fare una partita a calcio balilla o al monopoli tutti insieme. Più comodo che preparare una ciotola di pop corn e vedere insieme un bel film commentandolo. Più comodo perché a volte anche noi ci sentiamo stanchi e non ce la facciamo a fare qualcosa con i figli. E pure noi, nella nostra comodità, sprondiamo in qualche social network a giocare a fare i finti contadini, le finte mamme, i finti eroi di un mondo che non c’è. Chiudendo quello reale fuori. Peccato.

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Su Mashable di ieri è apparso un articolo che parlava di mamme e tecnologie e di come queste spesso si sposino, soprattutto in caso di difficoltà. Quando un bambino piange, si annoia, è malato in fila dal pediatra ecco che compare la bacchetta magica tecnologica: iPad, iPhone, iPod, Nintendo e chi più ne ha più ne metta di roba che possa distrarre, azzittire, far smettere il frigno.

Il post descrive lo stupore nel vedere l’inusuale mamma, sfornita di ciucci tecnologici, intenta a far il bambino cantando. E con lo stesso stupore racconta di come effettivamente questo antico sistema sia stato più efficace di un iPod nano.

Vero che ci si abitua a tutto e quindi anche a vedere nanerottoli che giocherellano con smartphone e tablet. Vero che è tanto comodo rifilare un attrezzo con giochino incorporato che possa anestetizzare. Vero che per essere “avanti” si compra l’app studiata per far smettere di piangere i neonati. Altrettanto vero che niente di tutto questo può calmare, rasserenare, far fermare la lacrima come una canzoncina canticchiata anche in modo stonato, un sorriso, un abbraccio, una promessa della mamma.

 

Fuori piove, il cielo è grigio, non si può andare al parco. I pomeriggi sono più lenti così e sembrano non passare mai. Così ci viene in mente di “piazzare” i nostri figli davanti ad un tablet. Un’esplorazione con Dora, un pollo da tirare con la fionda, un salto nel mondo delle Winx e il gioco è fatto. Quanto siano buone queste app spesso non ce lo chiediamo. Sono lì, le abbiamo scaricate, gli amici ci giocano, che male faranno mai? Da genitori consapevoli dovremmo invece sgooglare di più e fidarci di meno. Perché non tutte le app sono adatte ai nostri figli. Sembra una cosa di una banalità disarmante, ma…

Il portale Mamamò cerca di sopperire alla leggerezza, elargendo consigli su app e tecnologia adatta ai bimbi. Una guida insomma per non perdersi nella foresta di applicazioni disponibili ma soprattutto per non sbagliare strada. Nel sito ci sono consigli e recensioni su quelle che sono ritenute le app più adatte, suddivise per categoria e per età.

Questo può essere un aiuto. Guardare solo qui non può essere l’unica soluzione ma è molto meglio che lasciare i figli in balia di un tablet. Senza demonizzare “lo strumento” che è il tablet o lo smartphone, ciò che fa la differenza è il nostro impegno nel conoscere l’uso che si può far fare agli gnomi dello strumento. Scaricare app non basta. Occorre guardare prima se sono adatte, provarle non sarebbe male e affiancare i figli mentre le usano. Nella consapevolezza che non c’è niente di più bello, con un cielo grigio e una pioggerella fina, che coperti di mantelline e muniti di grandi ombrelli farsi un giro fuori per una passeggiata. Questa app nessuno l’ha brevettata.