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Oggi cucino bit

cena

Poco digeribili

quelli che ti taggo sulla foto del tiramisù e della crostata al limone anche se sei diabetico
quelli che non ti conosco, ti chiedo l’amicizia, non fai in tempo ad accettare che ti scrivo il messaggio originale “Ehi, buonasera…”
quelli che ti commento ogni cosa che scrivi
quelli che “Hai letto il mio messaggio?” che se non ho risposto un motivo ci sarà
quelli che ti taggo su un post dove tu non c’entri niente ma io invece penso di sì
quelli che ti mando un poke, che poi che sarà mai sto poke ma intanto visto che c’è e non costa niente…
quelli che ti voglio commentare la foto del profilo e pure quella di copertina e ogni singola foto che metterai negli album
quelli che ti copio un post invece di condividerlo che tanto mica t’accorgi
quelli che “Ma perché non ti trovo mai in chat?” e sarà perché non ho voglia di chattare?
quelli che so che non giochi ma io almeno dieci volte al giorno ti invito perché voglio convertirti
quelli che leggo un post e penso sia rivolto a me.

E per questi che non c’è davvero Brioschi che tenga. Ti rimangono tutti sullo stomaco

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scri

E’ passato un anno da quando non scrivo più un BitPensiero. O meglio, abbiamo cambiato solo l’ultima cifra delle date. E questo merita sicuramente un primo bit gustoso da mettere in tavola per iniziare con un ottimo antipasto, da gustare da sola (spero di no) o in compagnia (mi auguro dei tanti che in questi pochi mesi “di vita” ho avuto l’onore di avere ospiti).

L’anno è iniziato con un report di WordPress che, con tanto di fuochi d’artificio, mi riportava i dati di lettura di queste pagine. Dati che avevo notato ma che visti tutti insieme mi hanno fatto contenta. Come contenta sono stata nel vedere che il post più letto è stato quello che ho scritto di getto, quello che voleva proprio incitare tutti a “imparare a ballare sotto la pioggia“. Perché la pioggia c’è. Sempre. Fa parte della vita di ciascuno. Ma la capacità di viverla, goderla, combatterla bagnandosi invece ce l’hanno in pochi ed è quella che mi auguro possa continuare a farmi compagnia.

Ripartiamo quindi. Da oggi. Con un bit al giorno. Poco per volta, senza strafare. Perché questo spazio non vuole contenere niente di scritto forzatamente o contro voglia. Vuole essere un rifugio,  un posto per poter commentare una notizia, per poter dare qualche indicazione a chi pensa che le nuove tecnologie siano per pochi, per mettere nero su bianco un consiglio che mi hanno chiesto e che penso possa essere utili per molti. Il tutto pensando a quel canta Jovanotti:

“Che cosa fai? Vivo. Quando sei in forma? Scrivo”

bo

Natale tempo di regali, tempo di possibili truffe on line e, conseguentemente, di avvisi e titoloni di giornale che vogliono mettere in guardia o semplicemente “incolpare” la Rete. Secondo i dati aggiornati sull’e-Commerce in Italia rilevati da Netcomm, più di12 milioni di consumatori hanno fiducia nell’acquisto sul web (cresciuto in un anno del 30%).

Ma comprare on line, soprattutto se a prezzi “stracciati” rispetto a quelli di mercato, non può essere sinonimo di comprare sicuri. Innanzitutto si potrebbe iniziare proprio con il diffidare di chi vende a prezzi troppo bassi che dovrebbero somigliare più a delle esche a cui abboccare piuttosto che a delle vere e proprie occasioni. Fare una ricerca anche su Google rispetto ad un sito (per capire cosa dicono altri utenti) potrebbe aiutarci a capire meglio la reputazione del sito in cui stiamo per strisciare la nostra carta.

Occhio al phishing via SMS o e-mail finalizzato alla richiesta di donazioni da poter fare per Natale che a tutto servono fuorché a far del bene a qualcuno che ne ha bisogno (a meno che l’inventore della truffa non sia un povero bisognoso). Sempre via mail (ma questo non solo a Natale) non si dovrebbero aprire link riferiti a consegne di cose mai acquistate o a visualizzazioni di conti correnti che non abbiamo mai avuto. Sembra banale dirlo, ma se in molti lo sottolineano è perché molte persone, anche sopra pensiero, lo fanno.

Di recente ho letto su un quotidiano un consiglio: non fidatevi, chiamate la polizia postale. Ecco, questo non significa che se volete comprare il cuscino a forma di Spongebob visto su un sito dovete telefonare e chiedere se si può fare alla polizia postale. Che si chiama solo in caso di sospetta truffa. Non per continuare a navigare e comprare senza consapevolezza dei rischi. Consapevolezza che non si compra neppure on line ma che cresce se siamo in grado di informarci adeguatamente.

Abbiamo parlato ieri di casella di posta Gmail e della possibilità di allegare file di grandi dimensioni. Ma quando si parla di posta elettronica mi viene subito in mente una regola basilare disattesa dalla maggior parte delle persone: ai messaggi di posta elettronica si risponde. Sempre. A meno che la mail che riceviamo non contenga una domanda ma una semplice comunicazione.

Troppo spesso ci troviamo (tutti) a farci nascere il dubbio che la nostra mail si sia persa nei meandri di qualche mondo virtuale e parallelo al quale non possiamo far visita. Ci capita di pensare che non abbiamo fatto bene l’invio. Andiamo a riguardare su posta inviata, ricontrolliamo l’indirizzo, capiamo che è giusto. E allora, al secondo step, ci viene il dubbio che il postino che l’ha presa in consegna non sia un buon postino. Pensiamo che prima o poi ci tornerà un errore. Ma niente. Neppure l’errore ci viene recapitato. E così, non ci resta che attendere (più o meno invano) che la persona alla quale abbiamo scritto ci dia un minimo segnale di vita.

Perché tutto questo, mi chiedo? Quanto tempo impiegheremmo a rispondere brevemente alle mail che riceviamo? Anche un semplice “Grazie, ho ricevuto tutto. Ci lavoro e ti rispondo presto”. E invece no. Troppo complicato. Lasciamo invecchiare e macerare le comunicazioni (insieme a chi ci ha scritto). Poi, con calma, quando ci gira rispondiamo. Senza contare che nell’attesa dall’altra parte non c’è certezza nemmeno della consegna. A nulla vale l’avviso di ricevimento. Basterebbe tanto poco…quattro parole, pochi bit per far girare meglio il mondo.

Un articolo su Mashable dà indicazione del come mantenere “segrete” o quanto meno non proprio condivise le proprie foto scattate con lo smartphone o con il tablet. Vengono suggerite diverse app che si possono utilizzare (KeepSafe che crea una cartella riservata accessibile solo con password o Secret Folder che presenta un sistema di protezione con password “complesse”).

Il motivo per cui mettere al riparo alcune immagini scattate? Niente malizia. Il post cita l’esempio del figlio che, intento a giocare con un’app su iPad, magari vede (per colpa della sincronizzazione di iCloud) una foto scattata dal padre del regalo che gli si vuol fare per Natale. E..puff! Addio sorpresa e magia. Ma, certo. Quando si legge di quanto le cose contenute nel nostro telefono siano davvero a portata di sguardo, un po’ di panico viene sempre. Lo vedi negli occhi di chi non conosce bene alcune dinamiche e certi servizi. Appena spieghi come sia facile, quasi naturale, mettere i nostri dati “in comunione” vedi salire l’ansia nel volto dell’ignaro smartphonista. Che magari non va in giro a scattare foto per lui compromettenti. Ma fosse anche un particolare che vuol tenere segreto, custodito nella propria appendice trillante…

Ora, “app apparte”, basterebbe sapere come funzionano i servizi prima di usarli. Cercare su google il nome del servizio, leggere e capire a cosa serve. Così, tanto per non nascondere niente ma evitare pure di fare “Oops”, come dice il post, e portare in dono sotto l’albero una brutta sorpresa.

Secondo Telefono Azzurro e Eurispes il 6,7% dei ragazzi italiani tra i 12 e i 18 anni ha fatto sexting, ovvero ha fatto sua questa moda tutta americana del fotografarsi nudi in pose provocanti per poi inviare il tutto via SMS, e-mail o atrtaverso il social network. E, nonostante nessuno “costringa” i ragazzi a fare questo, il pericolo è davvero dietro l’angolo. Il male sta sì nel fatto di mostrarsi senza veli, ma sta soprattutto nelle possibili molestie che si ricevono da adulti in cerca di ragazzini o ragazzine da adescare. Le molestie on line sono in aumento. Se si pensa che un ragazzo su 5 è stato “acchiappato” nella rete e quasi uno su 10 ha ricevuto offerte di denaro o regali in cambio di sesso, c’è davvero di che preoccuparsi.

Il tutto va affrontato innanzitutto con la consapevolezza che il problema esiste ed è reale. Non è lontano da noi, oltre Oceano, solo in America o in Cina. E’ qui, è reale. E’ una cosa di cui parlare con i ragazzi per informarli. E’ una cosa da monitorare attraverso opportuni strumenti di “parental control”. E’ una cosa per la quale la Rete non va certo demonizzata ma conosciuta bene. A forza di dirlo forse anche i genitori più disattenti capiranno che non è possibile parcheggiare i ragazzi davanti ad un pc in Rete e sentirsi tranquilli come quando guardano la televisione. Senza fingere di non sapere. O al contrario, una volta saputo, decidere di togliere computer, tablet e smatphone ai ragazzi. Non è con il proibizionismo che si affrontano queste situazioni. Non è neppure con l’attivazione di un parental control che ci si mette in pace. Come per l’educazione nella vita reale, anche in quella virtuale ci vuole dialogo e sacrificio e fatica. Senza questi ingredienti educazione non c’è.

Non si sente parlare che di società dell’informazione, ma siamo entrati senza accorgercene nell’Età dell’ignoranza. Nostra, di tutti. Avere a disposizione miliardi di informazioni non equivale a comprenderle né a saperle usare correttamente”. Questo scrive Fabrizio Tonello nel libro “L’età dell’ignoranza”, presentato a Todi sabato 10 novembre. A colloquio con l’autore ho difeso Internet e la sua “valanga” di informazioni di cui abbiamo il privilegio di godere.

Ciascuno di noi sa quanto chi abita la Rete (ma anche solo chi possiede uno smartphone) possa subire quotidianamente un vero e proprio bombardamento di informazioni: email, newsletter, notifiche di aggiornamenti di stato di Facebook, tweet della timeline di Twitter, richieste di contatto da social network, nuovi post nei blog che seguiamo. Questo è quello che è stato definito Overload informativo. Un eccesso di informazioni che, anziché aiutarci a leggere, capire, farci un’opinione di ciò che accade, ci distrae, ci ruba tempo, ci porta al multitasking, mina la capacità di concentrazione. Di fronte a tutto ciò, come spiega bene Alessandra Farabegoli nel libro “Sopravvivere alle informazioni in Rete” si può decidere se stare fuori dalla Rete, perdendo praticamente ogni opportunità che la stessa Rete offre, consultare tutto quello che ci arriva addosso, cercando di stare dietro a ogni cosa, oppure curare una dieta informativa che ci consenta di selezionare, filtrare, organizzare. Di tenere in mano il timone del rapporto con le informazioni.

L’abbondanza non è mai un male. Soprattutto se quando parliamo di abbondanza ci riferiamo ad un’abbondanza di informazione libera, accessibile, aperta, qual è quella messa a disposizione dalla Rete.

C’è una maledizione cinese che ho letto e mi è sembrata adeguata nella difesa di Internet: “Che tu possa vivere in tempi interessanti”. Vivere in tempi interessanti per i cinesi significa attraversare un momento di forte cambiamento, in cui tutti i punti di riferimento e le certezze acquisite crollano di colpo, mettendo a dura prova la resistenza e la capacità ci sopravvivere al cambiamento.

Questa è la sfida che ci porta Internet, con la sua piena di informazioni che rischia di sommergerci ma che noi abbiamo il dovere di trasformare in opportunità di crescita culturale. L’abbondanza è un bene se , come si afferma nelle ultime pagine, serve a capire quello che succede intorno a noi. E’ un bene se aiuta le persone a recuperare un senso comune che possa farci incontrare nelle piazze reali o virtuali per discutere, fare esperienza, imparare.  Internet non sostituisce la Democrazia, Internet fa nascere movimenti, aggrega persone, sviluppa pensieri e novità. Internet aiuta la Democrazia. Così come aiuta la cultura se impariamo ad usarla tutti. E a farlo tutti in modo consapevole e informato.