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Non di soli bit

lotta

Gironzolando in libreria mi è caduto l’occhio sulle tante storie di persone che guariscono, che vincono, restano nell’aldiqua e raccontano sorridenti la loro battaglia per fare coraggio agli altri. Mi sono chiesta se chi lotta le leggerebbe volentieri quelle pagine. E la risposta è stata no.

No, perché chi ha avuto una notizia che non avrebbe voluto ascoltare non vuole immedesimarsi in chi sta male, anche se ce l’ha fatta. Chi sta male sul serio vuol pensare che no, non è successo, che il tempo si è fermato per un attimo, che adesso sto sospeso per un po’ ma poi riatterro e capisco che non è mai successo niente. Chi lotta vuole pensare che il medico è uno che la laurea l’ha presa con le conoscenze di papà e magari non ci ha capito un cazzo, che ha fatto la diagnosi mentre giocava a Ruzzle e allora si è sbagliato il nome, che non ti ha mai guardato negli occhi mentre parlava e allora non può essere vero.

Chi sta male pensa che un libro così non lo scriverà mai perché la lotta in realtà non si combatte. Ci si viene trascinati, si sgomita e si scalcia ma non è che si abbia una gran voglia di lottare. Si starebbe tanto meglio sdraiati sorridenti su un prato piuttosto che stesi su un lettino a respirare odore di disinfettante. E al diavolo le lotte che fanno pensare alla vittoria ma anche alla sconfitta. Tanto vale pensare che la lotta non esiste.

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oro

Dieci minuti sono il libro di Chiara Gamberale che si legge come si beve un bicchiere d’acqua fresca ad agosto.

Dieci minuti sono quelli che non ti passano più quando qualcuno con cui hai bisogno di parlare dice Aspettami dieci minuti.

Dieci minuti sono quelli indimenticabili di sottovuoto che passi davanti ad un medico che guarda la risposta di un esame di cui non ti è chiaro l’esito.

Dieci minuti sono quelli che volano se stai in compagnia, se ridi, se balli, se canti, se suoni la chitarra, se corri.

Dieci minuti sono quelli che apprezzi quando hai quasi finito un lavoro importante…”dieci minuti ancora e ho fatto”.

Dieci minuti sono quelli che ti servono a cucinare qualcosa per qualcuno a cui vuoi bene e anche se in soli dieci minuti ma ce la metto tutta per preparare qualcosa.

Dieci minuti sono quelli che dedichi a tuo figlio che ti chiede di controllare i compiti, giocare con lui a Monopoli, guardare un cartone.

Dieci minuti sono quelli che impieghi la mattina a scaldare le colazioni, tutte diverse, tutte accompagnate da biscotti differenti ma che non rinunceresti per nulla al mondo a preparare.

Dieci minuti sono quelli che sommati ad altri dieci ne fanno venti. Quelli che vorresti sommare all’infinito. Quelli che chiederesti a chi decide del tuo tempo: “Ancora dieci minuti e arrivo”.

Nuvole

Bello imparare a ballare sotto la pioggia, ognuno lo fa. Nei momenti di difficoltà, quando devi riemergere, quando ti senti in dovere di tirar fuori le unghie e aggrapparti a tutto, quando sai che devi farlo per te stessa e per gli altri, incurante della pioggia.

Poi la pioggia finisce, torna il sole e tu continui a danzare. Danzi sempre perché sai che se si può fare anche quando piove a maggior ragione devi farlo se c’è il sole. Danzi sempre senza stancarti.

Poi, un giorno all’improvviso quei passi non ti riescono più. E’ un giorno come tanti altri. Magari anche col sole. Ma quei passi non ti riescono quando vedi il temporale arrivare nel cielo di qualcun altro. E ti fermi. Ti fermi perché ricordi anche tu quel momento di grigio, le nuvole che arrivano e oscurano tutto. Rivivi la paura dei lampi e dei tuoni e ricomincia a piovere anche per te. Piove forte, a dirotto.

Poi pensi che qualche passo devi ricominciare a farlo. Devi danzare. Devi danzare per far capire a chi sta sotto il temporale che deve guardarti. Tu li hai scambiati quei passi sotto la pioggia e possono farlo anche gli altri. Devono danzare. Devono.

alt

2 novembre. Penso quanto sia cambiato negli anni il modo per ricordare. Almeno per me. Perché con le “briciole digitali” il ricordo delle persone che non incontro più riaffiora quando rispunta un tweet, un tag su una foto di un album di Facebook, uno scambio di messaggi o di email.

E ogni volta penso a quanto siano preziose le briciole digitali, a quanto servano a riportarti indietro, a far riaffiorare un po’ di nostalgia o a far inumidire gli occhi quando meno te l’aspetti. Proprio quando non ci pensavi più a quel sorriso biondo che abitava la scrivania vicino alla tua e che invece torna, all’improvviso, mentre ricerchi una parola tra le mail.

E’ bello lasciare un pezzo di noi. Un pensiero, una frase, una foto, un saluto. Ed è un po’ come condividere e mettere al sicuro i vecchi filmini, quelli che quando li rivedi e ci trovi qualcuno che non c’è più ti viene da piangere. In questo modo sappiamo che quando ti prende la nostalgia puoi farle girare quelle “pellicole”. Sono lì, a portata di clic. Puoi rileggere una battuta scambiata, ridere di un post strampalato, rinfrescare la memoria con qualche foto che schiarisce i ricordi. Puoi cercare i tweet e rileggere qualche conversazione.

E vorresti continuarla quella conversazione. Vorresti dire “Twitta quando arrivi”. E raccontaci com’è il posto in cui sei adesso. Non si può, lo so. Ma in mancanza d’altro avere quel cassetto dei ricordi a portata di clic sembra lenire le ferite e accorciare le distanze.

 

 

 

oro

Le riconosci. In sala d’attesa in oncologia le persone che hanno avuto una storia simile alla tua le riconosci. Dal bel sorriso che mostrano, dalla stretta di mano forte quando ti incontrano, dal passo sicuro quando camminano. Sanno di poter cadere ma hanno imparato a dondolarsi, a stare in equilibrio finché possono, ad aggrapparsi a tutto ciò che è vicino. Hanno imparato che si può cadere, farsi male ma ci si può rialzare e correre come se niente fosse.

Le persone che hanno avuto una storia simile alla tua le riconosci. Le riconosci dalla cartellina spesso traboccante di fogli, dalla confidenza con cui salutano le infermiere, dalla sicurezza con cui si avvicinano al televisore e cambiano canale. Spesso sono sole, in compagnia di un libro, di un giornale sgualcito, di una rivista. Tutte si guardano intorno e cercano un contatto, una parola, vogliono raccontare la loro storia, conoscere la tua, far sapere che il peggio è passato o che, purtroppo, deve ancora venire.

Le persone che hanno avuto una storia simile alla tua le riconosci. Le riconosci dal viso che diventa contratto all’avvicinarsi del loro numero, dal modo di deglutire e guardare l’orologio, dal nervosismo con cui preparano tutti i referti da far vedere. E impari a riconoscere anche l’esito della visita dall’espressione che hanno quando escono, dal mezzo sorriso di cortesia, la testa bassa e il passo svelto di chi sa che non è andata come avrebbe voluto o dal bel sorriso pieno e dal saluto convinto di chi torna a vedere il sole, almeno fino al prossimo controllo.

Le persone che hanno avuto una storia simile alla tua ti riconoscono fra tanti. Ti salutano anche se non ti conoscono, ti guardano curiosi, ti fanno un gesto di cortesia liberando la sedia vicino a loro. Capita che ti abbiano visto una volta uscire con gli occhi lucidi e vorrebbero chiedere come stai e se va tutto bene, ti guardano e sanno che anche tu, come loro, sei una “sorvegliata speciale”, una persona fortunata, una che di quell’angelo custode dai capelli bianchi come il camice non può che dire bene.

Le persone che hanno avuto una storia simile alla tua quando vedono comparire su Facebook le frasi giocose “Andrò a Parigi per tre mesi” sorridono e pensano che, ad ogni controllo andato bene, sanno di poter dire “Andrò dalla mia famiglia per tutti i mesi che posso. Ci sono e ci sarò. No, io non parto”.

if

Se riesci a comprendere chi posta la foto dei piedi sul bagnasciuga
senza cedere alla tentazione di fare altrettanto con i tuoi tirati fuori dalle scarpe per l’occasione
sotto la scrivania,
Se puoi avere fiducia in chi dice “volevo solo far vedere il mare”
ma posta la foto della mutanda (con in lontananza, parecchia lontananza il mare)
Se sai aspettare la risposta ad una mail per giorni e giorni e giorni
senza stancarti dell’attesa,
O essendo taggato alla sagra della lepre, non ricambi il tag con la sagra della volpe,
O essendo detestato per aver sollecitato risposte, non lasci spazio al risentimento,
senza tuttavia sembrare un iperattivo, benpensante, di eccessivo buonsenso (leggi un rompiballe);

Se puoi twittare, senza fare dei tweet i tuoi padroni;
Se puoi mandare messaggi, senza fare dei messaggi il tuo unico scopo di vita,
Se sai resistere alla tentazione di rispondere ai guru e ai tuttologi
che tanto tu non conti niente e non sai le cose e è meglio che non scrivi
Se riesci a sopportare di leggere boiate, aforismi, barzellette
come se piovesse e tutti rigorosamente frutto di copia e incolla
O guardare le foto degli altri, rinunciando a sostenere la tesi
secondo la quale stai cliccando a destra e a manca ma solo per passare il tempo
e non era intenzione quella di sbirciare nelle giornate altrui.

Se riesci a twittare e facebookare alle folle e conservare la tua virtù,
Se non possono ferirti né gli amici virtuali né i finti follower che ti sei comprato a tua volta con un follow,
Se per te ogni persona conta, ma nessuno conta
Se riesci a riempire ogni nanosecondo
con qualche vaccata da postare
Tua è la Rete e tutto ciò che è in essa,
E — quel che più conta — è che sarai tutti ma alla fin fine non sarai proprio nessuno!

tempo

L’uomo che voleva fermare il tempo” è un libro di quelli che ti alzi una mattina presto, ti metti in giardino con il fresco e dopo un’ora ti rattristi perché hai girato l’ultima pagina.

Scrivere del tempo che non basta mai sembra banale e in realtà non lo è. Perché il tempo è diventata quella cosa “che scorre troppo velocemente per tutti”. L’alibi per dimenticare di chiamare i nostri genitori, non salutarsi al mattino e non parlarsi nel dopo cena, scordare il compleanno di un amico, parcheggiare i figli in alienanti centri estivi “che sai come si diverte”, saltare la cena e il pranzo “che non ce la faccio e ottimizzo il tempo”, correre in macchina rischiando la vita “che se non arrivo in tempo sono guai”, evitare un controllo in ospedale “che se anche devo fare qualche accertamento in più non ho tempo e come faccio”.

E la lista potrebbe continuare fitta, triste, sempre più realistica. Il tempo si conta e conta troppo. E ci si accorge di non trascorrerlo bene solo quando arriva prepotente la paura di non averne più abbastanza. Allora il tempo si ferma. Come nel libro. Qualcuno rompe la clessidra, cade l’ultimo granello di sabbia e resti in sospeso finché non trovi il coraggio di raccogliere la sabbia, granello per granello, lentamente riparare i cocci della clessidra per provare a farla scendere di nuovo.

E se rompere la clessidra serve, tutto ha un senso solo se ci dimentichiamo della sabbia che sale e scende, se buttiamo l’orologio e se prendiamo in mano ogni singolo granello che passa per fermare gli attimi migliori, per fare una cosa che fa felice qualcuno o solo per giocarci un po’ con quei granelli che scappano dalle dita veloci, irrefrenabili perché, come si legge nel libro, “C’è un motivo se esiste un limite ai nostri giorni: rendere ognuno di essi prezioso”.