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Bit e contorno

meteo

Siamo così abituati a guardare il meteo sullo smartphone prima ancora del cielo al mattino che ci diventa difficile ricordare i tempi in cui il meteo non si guardava se non la sera, distrattamente, in televisione.E come erano quei tempi in cui non si sapeva se portare l’ombrello, se mettersi la felpa o la conotta, se partire per il mare o aspettare qualche settimana?

Non erano forse tempi belli, in cui ci si affidava ai proverbi, in cui al rosso di sera e al bel tempo si spera si affidavano le nostre giornate al mare o al lago?

Non erano belli i giorni in cui si partiva con gli ombrelli anche se fuori c’era sole “perché non si sa mai durante la giornata il tempo può fare brutti scherzi”?

Non era bello vestirsi a strati quando non si sapeva se avrebbe fatto caldo o freddo, portare con sé i vecchi k-way contenuti in una borsetta leggera e avere sempre un giacchetto legato in vita perché si era esagerato e invece faceva caldo?

Non era bello partire per il mare senza preoccuparsi del tempo che “tanto le previsioni non dicono la verità e noi partiamo lo stesso, che ci importa del tempo”?

Non erano belle le giornate meno programmate, con qualche imprevisto anche infelice che magari ci faceva ridere mentre correvamo a ripararci per un acquazzone improvviso?

Forse sì. O forse no. Sicuramente erano meno noiose di quattro icone racchuse in uno schermo che, volenti o nolenti, ci condizionano le giornate. E frenano i sorrisi del mattino.

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it

Quando non riconosciamo gli errori,
quando cerchiamo di attribuire la colpa agli altri,
quando non ascoltiamo,
quando pensiamo di essere i migliori,
quando sottovalutiamo gli altri,
quando “è colpa del caldo, della stanchezza, dello stress, dei giornalisti e dei giudici”
quando “ho vinto battaglie ben più difficili”,
quando non collaboriamo,
quando non condividiamo,
quando “meglio l’insuccesso di tutti che il successo di uno solo”,
quando critichiamo senza conoscere,
quando non mettiamo energia nelle gambe e nella mente,
quando lavoriamo tanto per lavorare,
quando la passione la lasciamo chiusa in un cassetto,
quando non ci crediamo,
quando “ci rinuncio tanto non ce la faccio”.

Siamo tutti su quell’aereo che torna dal Brasile. Anche senza colpe di arbitri, allenatori, congiunzioni astrali sfavorevoli

pozzetto

Piovono iniziative di formazione da e in ogni dove.
Piovono corsi, eventi, workshop, convegni digitali.Piovono opportunità di crescita dalla Rete.
Piovono eserciti di esperti pronti a formare le menti.
Piovono politici e PA entusiasti di poter dire che sono 2.0 perché sostengono il digitale.
Piovono plotoni di partecipanti contenti di poter usufruire di iniziative gratuite.

Peccato che la pioggia nasconda un fine non banale: quello di far usare software proprietari e non liberi.
Peccato che la pioggia mascherata da volontà di conoscenza condivisa nasconda altri interessi.
Peccato che chi sta sotto la pioggia non sia sempre pronto a capire.
Peccato che proprio le PA che dovrebbero riparare dalla cattiva pioggia la mettano in bella mostra.
Peccato. Perché con questa siccità di pioggia buona ce ne vorrebbe.

beati

Beati i poveri di competenze e conoscenze perché non saranno emarginati.
Beati gli adulatori di chiunque perché otterranno anche ciò che non meritano.
Beati  i miti, ma molto miti perché faranno finta di non sapere e sentire.
Beati quelli che non hanno fame e sete di buon senso, perché di essere saziati non c’è speranza.
Beati coloro che non sanno fare perché non saranno mai stressati.
Beati gli ipocriti perché saranno premiati e creduti.
Beati i falsi martiri perché saranno compatiti e incoraggiati.
Beati i finti innovatori perché saranno sempre ostacolo all’innovazione.

Beati noi quando saremo considerati eretici, destabilizzanti, invadenti, pericolosi.
Rallegriamoci ed esultiamo perché la ricompensa più grande è quella di non essere beato tra i beati.

copertina valentina nello spazio 5 nov

Valentina è nata in una sera d’autunno. Mi hanno chiesto di scrivere una favola e ho pensato che non avrei voluto scrivere né di principi né tanto meno di principesse. Mi sarebbe piaciuto raccontare un sogno di bambina. Un sogno particolare: quello di fare l’astronauta.

E mi è venuta in mente lei: Valentina, una bionda vicina di scrivania il cui sogno si è interrotto troppo presto, che mi diceva sempre di essere stata chiamata come la prima donna nello spazio. Ne andava fiera Valentina. Come questa Valentina del libro che ci vuol credere al suo sogno e sa di poterlo realizzare impegnandosi.

Valentina nello spazio è una favola non tanto favola. E’ una storia che vuole incoraggiare a non mollare e a credere sempre nei propri sogni. Anche se poi si rimane a terra e sullo spazio non ci si va. Perché i sogni hanno mille sfaccettature. Si vola in tanti modi. A volte si vola senza rendersi conto di volare.

Il libro è dedicato a tutte le Valentine in terra. Con un pensiero ad una Valentina in cielo.

Dimenticanze, lapsus e altri modi di comportarsi

p

Non so se sono capace, se devo leggere il manuale mi ci vuole tempo (e io non ho tempo per leggere, per fare altro sì)

Non è di mia competenza (un evergreen)

Senti il mio dirigente se posso farlo, ma per iscritto, mettendo in conoscenza se possibile altri n soggetti (con n che potenzialmente tende a + infinito)

E’ il programma che non funziona (e io non ho tempo da perdere col programma, con altre cose sì)

Il computer è vecchio e non funziona (e io non ho tempo da perdere col computer, con altre cose sì)

Ma perchè devo farlo? (facendo trapelare l’intenzione di aprire un dibattito filosofico sul perché della vita)

Ma perché solo io ho questo problema? (con la stessa intenzione di prima)

Ho scritto di questo problema mesi fa (non è dato sapere a chi, quando e il contenuto altrimenti tutto è troppo semplice)

Non è certo colpa mia (ovvero la colpa è la tua)

condiv

A lezione, dopo aver spiegato il software libero una persona mi racconta questo episodio e mi fa una domanda.

“Tanti anni fa preparai, e fui tra i primi a farlo, un foglio di calcolo con cui fare dei computi metrici. Ero geometra e questo mi permetteva di preparare molti più computi dei miei colleghi che lo facevano a mano. Custodivo quel foglio come la cosa più preziosa che avevo e non lo avrei condiviso con nessuno al mondo. Perché adesso va di moda condividere le cose? E perché io quel foglio lo dovrei condividere con altri?”

La risposta è che condividendolo quel foglio sarebbe migliorato. Ognuno avrebbe aggiunto una cosa nuova e si sarebbe evoluto in qualcosa di diverso con il passare del tempo. Custodendolo gelosamente invece quel foglio è rimasto invariato. E si è rinunciato a migliorare una cosa per paura di perderla.

Questo è il modo in cui mi è piaciuto raccontare l’importanza della condivisione anche nel podcast realizzato da SocializerIT.